Luca Micheletti: «Rigoletto? Non si finisce mai di indagarlo»

Il baritono bresciano pronto a debuttare al Filarmonico di Verona nel capolavoro verdiano
Luca Micheletti pronto al debutto veronese
Luca Micheletti pronto al debutto veronese

Scomodo, irritante, seducente, perverso, crudele, purissimo. Temibile «vilain», magnetico bruto, sublime tracotante, padre pietoso. Sono inesauribili le sfaccettature del Rigoletto di Luca Micheletti. Dopo averne vestito i panni nel 2019 al Maggio Musicale Fiorentino, l’artista bresciano vi ritornerà domenica 27 febbraio (più altre date) al Teatro Filarmonico di Verona, nel fortunato allestimento di Arnaud Bernard (già visto all’Arena nel 2011 e coprodotto con i teatri di Losanna, Marsiglia, Avignone, Vaucluse, Angers, Nantes), diretto da Francesco Ommassini.

Nel frattempo è cambiata la Sua idea di quest’opera?

Rigoletto, non si finisce mai d’indagarlo. È giusto frequentare con assiduità i capolavori e tornarvi a scadenze regolari, per misurare la nostra maturazione e captare le future rotte teatrali. «Rigoletto» è un termometro del palcoscenico. A Verona potrò confrontarmi con una concezione scenica più classica rispetto alla visione di Francesco Micheli predisposta a Firenze, e con la direzione di Roberto Palumbo. Rigoletto: fuori, deforme; dentro, colmo d’amore. Una doppia natura. L’alterazione esteriore appare specchio di un abbruttimento interiore, sebbene riscattato dalla passione totalizzante per Gilda. Palumbo aveva insistito su una caratterizzazione schizofrenica, aggressiva e nervosa del personaggio, con intense sottolineature ritmiche; con il m° Ommassini voglio evidenziarne la corda cantabile, lirica e dolente.

Cosa significa la natura bifronte di Rigoletto?

È una sintesi di contrasti. In teatro tutto ciò che vi è di sofferto acquista un’energia speciale. Il compositore stesso diceva di amarlo sopra tutto. Tanto l’amore di Rigoletto è puro nei confronti dell’unica cosa bella che sfiori la sua vita, quanto è malato nella sua ossessività. Sfiducia universale contro tenerezza famigliare. Ancora una volta trovo impressionante la consapevolezza verdiana. Emerge un gusto della sfumatura, della singolarità, dell’ambivalenza, che è tipico della grande arte. Non esistono casi generali ma individui precisi dotati di volti inconfondibili. Rigoletto in primis.

Cosa pensa delle regie attualizzanti? Damiano Michieletto ha ambientato «Rigoletto» in un manicomio...

Sono favorevole alle regie intelligenti: quelle che non antepongono le idee ai testi drammaturgico-musicali, ma che a partire da essi si generano. Avrei dovuto interpretare proprio quello spettacolo a La Fenice di Venezia, ma l’appuntamento è saltato causa pandemia. In «Rigoletto» abbiamo a che fare con una figura ansiosa, livida e tormentata; oltre alla senilità ci sono fobie, cattiverie, paranoie, che vanno sottolineate. È un modo inedito di attraversarne la follia. La scrittura di Verdi, poi, è sempre incredibile: occorrono pazienza, umiltà, rispetto. A breve canterò nelle «Nozze di Figaro», al Maggio Fiorentino, con Zubin Mehta: è la prima volta che lo incontro, sono emozionato; poi farò «Ernani» a Roma, in giugno; mi attende anche «Don Giovanni» a Torino, con Muti, in novembre. Altre immersioni in magnifici abissi.

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