Luca Bizzarri: «Sui social il peggio della politica che non ha un amico»

Secondo Luca Bizzarri politici e politiche non hanno un amico che gli consigli di non pubblicare i post. Che fermi loro il dito prima che premano invio. E ne ha fatto un podcast. Ora quel podcast è diventato un monologo teatrale che arriverà al Teatro Santa Giulia di Brescia in via Quinta 4 al Villaggio Prealpino domenica 14 aprile alle 20.45 (biglietti a 30 euro su Liveticket, al Punto Einaudi in via Pace a Brescia e a info.teatrosantagiulia@gmail.com). Si intitola «Non hanno un amico», è stato scritto con Ugo Ripamonti e a parlarcene è lo stesso Bizzarri.
«Non hanno un amico», e parlo del podcast, compie quasi due anni: qual è la puntata che più di tutte consiglierebbe, anche a chi non lo ha mai ascoltato?
Difficile rispondere perché le puntate sono diverse. Ce ne sono da ridere, da piangere, da riflettere, da incazzarsi. Non saprei consigliarne una, ma per farsi due risate le chat sono la cosa più divertente. Per quanto tristi: sono ispirate dalla realtà, dalle vere chat di scuola, del regalo alla maestra, del calcetto. Quindi ridi piangendo.
Qual è il post più inverosimile in assoluto che ha letto?
In ordine di tempo direi quello di Matteo Salvini che dice che «quando un popolo vota ha sempre ragione». Mi chiedo se non abbia un amico, o se invece abbia amici che gli impongono di scrivere certe cose.
Cosa dobbiamo aspettarci dunque dalla prossima campagna elettorale in termini di guerra social?
Ho come l’impressione che la campagna elettorale in Italia non finisca mai, non è ancora terminata quella scorsa. Possiamo solo attenderci un peggioramento. Il problema vero è la grave mancanza di serietà nella politica, non solo italiana. Guardando ciò che accade nel mondo, è sempre più drammatico. Guardando con il filtro della comicità ti rendi conto che ci sarebbe da ridere, se non ci fossero persone che muoiono. Costruzione di prove, notizie vere e notizie false, la pubblica piazza… È tutto tragicamente ridicolo.
Credo sia una delle prime volte in cui un podcast diventa spettacolo teatrale. Come si traduce un prodotto audio in uno show dal vivo con una tournée?
Sono due cose completamente diverse. Il podcast ha una durata e un ritmo infernale: in cinque minuti devi dire tante cose. Lo spettacolo è un classico stand up che ha un ritmo più cangiante, va forte e poi rallenta, come richiede il palcoscenico.
È stato bello tornare sul palco proprio con un monologo?
È il mio primo monologo ed è molto bello. Sono contento perché è un posto in cui mi diverto. C’è anche un bel riscontro e quella è la cosa che mi ha fatto più impressione. Non mi aspettavo né i numeri, né le reazioni alla fine.
Lei dice che non parla di politica ma di comunicazione politica, eppure è inevitabile sbilanciarsi, anche se poi prende di mira tutti i colori politici. Qual è in fondo l’intento di «Non hanno un amico», podcast o spettacolo?
Il fine ultimo è togliere le ultime aspettative agli italiani. Levare gli ultimi barlumi di speranza che le cose possano cambiare.
Chi vorrebbe vedere in platea, lì ad ascoltarla tra il pubblico?
Un desiderio impossibile? C’è tutta una parte in cui prendo di mira Berlusconi. Credo che se ci fosse stato, avrebbe riso anche lui.
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