Cultura

Barbareschi: «Con teatro e film continuerò a dar fastidio finché campo»

L’attore e produttore è il presidente Usa in «Novembre» di Mamet, in programma mercoledì 22 all’Odeon di Lumezzane
Luca Barbareschi in November
Luca Barbareschi in November
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Caustico, spiazzante, difficilmente arginabile e inevitabilmente scomodo. Uno che dice sempre quello che pensa, senza remore o filtri. Una spina nel fianco, per usare un eufemismo elegante. «Uno che sta sulle balle a un sacco di gente» sintetizza secco lui. Luca Barbareschi non è uno da aprire la bocca per ventilare il palato. Utilizza ogni occasione per scoccare un dardo o sfilarsi il proverbiale sasso dalla scarpa. E alla vigilia dei settant’anni non ha alcuna intenzione di smettere. Anzi. «Continuerò finché campo a usare il cinema e il teatro per dire le mie scomode verità» sentenzia.

Mercoledì alle 20.45 sarà sul palco del Teatro Odeon di Lumezzane, dove vestirà i panni del presidente Usa nella commedia «November» di David Mamet per la regia di Chiara Noschese. Pochi i posti disponibili a 35 euro.

Barbareschi, lei considera David Mamet uno dei suoi più cari amici. Come vi siete conosciuti?

A Chicago nel 1976. Ero l’aiuto regista di Virginio Puecher ne «I racconti di Hoffmann» di Offenbachn col tenore Florindo Andreolli. A 18 anni ero già appassionato di teatro e David portava in scena «Lakeboat», una delle sue prime commedie. Come spesso faccio con le persone che mi piacciono ho bussato alla sua porta e mi sono presentato. Mi ha detto: «Let’s have a coffee» e abbiamo iniziato a scambiarci testi. Quattro anni dopo sono tornato in Italia e ho cominciato a fare tutta la sua opera. Esattamente come ho fatto con Kundera, Duras, Grossman e tutti i migliori autori che ho portato inutilmente in Italia.

Un'altra scena dello spettacolo
Un'altra scena dello spettacolo

Perché dice così?

Sono stato l’unico a mettere 25 milioni di tasca propria per comprare un teatro, solo per finire con un avviso di garanzia per traffico di influenze illecite. Salvo poi essere assolto con formula piena. Solo Napolitano mi è sempre stato vicino. Ho un’azienda che ha prodotto i film più belli senza mai vendere agli stranieri, mentre in Italia pare normale chiudere 100 teatri nel Paese che ha le più grandi bellezze al mondo. La centralità del teatro dovrebbe essere una restituzione alle comunità, che invece muoiono a causa dell’asservimento a mascalzoni come Meta che sfruttano l’identità privata e portano i ragazzi ad annichilirsi. Invece dovrebbero stare a teatro ad ascoltare la bellezza e a fare in modo che nell’abside del loro cuore non custodiscano gli euro o il dollaro. Onestamente io mi sono rotto e mi chiedo quale nemesi mi sia meritato per avere un ministro della Cultura peggio dell’altro.

«November» è un testo che ha oltre vent’anni, ma è più contemporaneo che mai. Sul palco si ispira all’attualità?

Per la precisione si tratta di un capolavoro di 23 anni fa. È impressionante perché sembra scritto oggi ed è questa la genialità dei grandi come Miller, Checov e Mamet, che sono veri autori e non celebratori del nulla. Questo testo è una parabola sul potere e sull’illusione di averlo. Invece non è possibile; è solo l’inganno di chi è malato: il solo potere è quello delle idee.

Si spieghi meglio...

Dopo 400 anni ci ricordiamo di Caravaggio e non di chi fosse il sindaco di Napoli. Di ogni Paese ci ricordiamo artisti, scrittori, musicisti ma, a parte il raro caso di statisti, nessuno ha memoria della politica tout court fatta di piccoli compromessi o delle vittorie di Pirro per tre voti alle provinciali. Così io faccio un presidente bambino, che potrebbe essere Kennedy come Obama e non necessariamente Trump. Metto in scena quell’ubris del potere che ti fa pensare che se per il giorno del Ringraziamento non ottieni soldi dalla lobby dei tacchini te li fai dare da quelli del tonno. Spesso la gente capisce molto meglio ridendo che com una reprimenda seriosa, come insegnano Mamet e la tradizione ebraica

Mamet le ha mai dato una lezione brutale?

Quando mi sono candidato sono andato a cena con lui e Roman Polanski. A un certo punto mi hanno detto: «Luca, what are you doing?». E io ho risposto che volevo cambiare il mondo e che dopo aver fatto di tutto nel cinema e nel teatro volevo regalare qualcosa al mio Paese. Sono stati 5 anni formativi, ma dopo tutti gli sgambetti e i tradimenti penso che forse potevo impiegarli meglio. Rivendico comunque la paternità del tax credit: è stata un’idea mia e di Gabriella Carlucci.

Lei prima ha citato Trump. Cosa ne pensa dell’attuale presidente Usa?

Trump lo conosco e vorrei digli di tenere un po’ più conto della forma. Nella sostanza non sta facendo nulla di sconvolgente: han fatto peggio i Democratici nei cinquant’anni precedenti. Lui si è fatto carico anche del lavoro sporco che andava fatto e mi spiace che adesso venga ridotto tutto a battuta. La storia però non è la cronaca di un giorno e per capirla bisogna leggerne corsi e ricorsi. Vorrei un’Europa unita e dignitosa, però mi fa ridere quando attaccano la Meloni che io invece difendo.

Cinema, teatro e tv: quale mezzo le permette di dire le verità più scomode senza essere censurato?

L’ho fatto tutta la vita, per questo mi odiano in molti. L’ho fatto in tv con «Il grande bluff», poi portando in teatro i migliori autori e al cinema con film come «The Penitent» o «Paradiso in vendita». Declino in forme e mezzi diversi la mia libertà intellettuale di uomo italiano, nato in Uruguay ed ebreo che ha deciso che la schiavitù è finita coi Faraoni. Non bacio pantofole. Per me la dignità della persona è la cosa più importante e continuerò a dire quello che penso. Per farmi tacere è tardi: non l’han fatto quando ne avevo venti e ora che ho settant’anni devono tersi Barbareschi finché campo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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