Laura Picchio Lechi ricostruisce la storia bresciana dello «Sposalizio della Vergine»

Un’opera celeberrima, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello; un contesto storico complesso come le campagne napoleoniche in Italia; un protagonista, il generale Giuseppe Lechi, nobile bresciano rivoluzionario; e una vicenda controversa come la donazione del dipinto dalla popolazione di Città di Castello proprio al generale Lechi, «liberatore» dal giogo pontificio, il 29 gennaio 1798, esattamente 225 anni fa.
Ruota attorno a tutto questo la ricerca di Laura Picchio Lechi, storica dell’arte e archivista bresciana, ora confluita nel volume «Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello. Tra fortuna critica e documenti inediti» (Olschki, 152 pagine, 35 euro).
Dottoressa Lechi: qual è l’intento del suo lavoro?
L’argomento era già stato toccato marginalmente dal mio bisnonno Fausto Lechi in un volume in cui ricostruiva il collezionismo della famiglia, pubblicando stralci del carteggio tra Giuseppe Lechi e il padre Faustino. Io ho voluto ricostruire la vicenda storica della pala e della donazione attenendomi rigorosamente ai documenti, colmando una lacuna. Ho raccolto tutte le fonti documentarie relative al dipinto da Vasari ad oggi, e pubblicato il carteggio integrale anche con la scansione degli originali.
L’arrivo del Raffaello a Brescia si inserisce in un contesto in cui le collezioni d’arte erano uno status symbol...
Sì, il padre del generale Lechi, Faustino, era un appassionato conoscitore d’arte, suo fratello Teodoro raddoppiò la consistenza della collezione di famiglia. In quel momento, tra la fine del Sette e l’inizio dell’Ottocento sorsero o si consolidarono grandi raccolte, come la Tosio che poi confluisce nella Pinacoteca, o quella dei Brognoli.
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La raccolta Fenaroli Avogadro si costituì grazie a politiche matrimoniali accorte. Rispetto alla donazione al generale Lechi, che idea si è fatta? Fu un atto spontaneo o, come qualcuno insinuò subito, voluto da una sola parte della popolazione o addirittura estorto con la minaccia?
Purtroppo alcuni fondamentali documenti dell’epoca sono andati distrutti, tra cui quelli che facevano riferimento alla votazione per la donazione del quadro. D’altro canto ci sono altri documenti, riferiti a una causa di restituzione intentata dagli eredi delle famiglie proprietarie a Città di Castello del dipinto, rispetto alla quale l’imperatore d’Austria, interpellato, ritenne legittima l’acquisizione sia che fosse frutto di donazione sia che fosse bottino di guerra, se ottenuto secondo le leggi.
Nel suo volume dà spazio anche alle polemiche che seguirono l’arrivo dell’opera a Brescia, prima della vendita nei primi anni dell’800 e, dopo alcuni passaggi, l’approdo a Brera...
Ho voluto dare spazio a tutte le voci, comprese quelle di chi si espresse contro la legittimità della donazione. Per rivalità politica, come la famiglia Brognoli, fedele agli Asburgo, che attacca subito i Lechi filofrancesi. O per ragioni ideologiche, come Longhena, curatore della traduzione della Vita di Raffaello di Quatremère de Quincy, l’intellettuale che già all’epoca della rivoluzione si era schierato contro l’allontanamento delle opere dal contesto originario; Longhena ne sposa il pensiero, e cita la testimonianza di un nobile di Città di Castello che riteneva il dipinto «rapito da una truppa d’ignoranti fanatici».

L’acquisizione dell’opera si inserisce nel fenomeno delle spoliazioni napoleoniche?
È un fenomeno complesso che riguarda tutti i territori conquistati da Napoleone, e ha lo scopo di portare in Francia, ritenuta l’unico Stato veramente libero e democratico, le opere d’arte provenienti da ambienti dispotici come la corte viennese o la Roma papale. Nel caso dello Sposalizio di Raffaello ci troviamo nello stesso periodo storico: Lechi era un generale napoleonico e Città di Castello era territorio pontificio, ma non si trattò di una requisizione con lo scopo di mandare il dipinto in Francia. Ritengo sia stata piuttosto una vicenda privata.
Come si augura possa essere utile la sua opera?
Per gli studiosi di Raffaello, credo di aver raccolto tutta la documentazione sulla fortuna collezionistica del dipinto, e spero che questo possa portare alla scoperta di nuove fonti che mi sono sfuggite, e nuove copie in collezioni private. Per la città, ho ricostruito un momento importante dal punto di vista sociale e politico, in cui a Brescia, forte delle libertà ottenute con la Repubblica Cisalpina, si diffondevano le idee illuministe. Infine, per quanto riguarda Raffaello, in quegli anni fu proprio un Lechi a suggerire a Paolo Tosio di acquistare un ritratto dell’urbinate all’asta. Quel dipinto si rivelò poi essere l’Angelo ora in Pinacoteca.
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