Jacopo Godani: «La mia danza non sacrifica il talento dei ballerini»
La storica compagnia Spellbound Contemporary Ballet festeggerà i trent’anni di carriera al Teatro Grande di Brescia con una doppia esibizione raccolta sotto al titolo «Recollection of a falling»: mercoledì 27 novembre alle 20 i ballerini e le ballerine della compagnia italiana fondata nel 1994 interpreteranno «Daughters and angels» di uno dei fondatori, Mauro Astolfi, ma anche l’opera di un coreografo ospite.
Jacopo Godani, già solista del Ballet Frankfurt di William Forsythe, ha creato per Spellbound «Forma mentis», su musica di Ulrich Müller eseguita dal vivo dal musicista Sergey Sadovoy, di cui ha curato anche luci e costumi. L’abbiamo intervistato.
Jacopo, cosa significa per lei danzare per Spellbound? C’è comunione d’intenti?
Sì, c’è soprattutto una filosofia comune. Apprezzo come si approccia alla danza: è una compagnia che fa un lavoro abbastanza specifico in Italia, ovvero una danzata virtuosa e diversa dalle altre. Mauro Astolfi e Valentina Marini, i fondatori, lavorano con tanti coreografi, senza sacrificarsi mai per la messa in scena. Che è anche la mia filosofia: se devi rinunciare al danzare e alla bravura dei ballerini per usarli come elementi decorativi, non ha senso.
Una critica molto diretta alla scena contemporanea...
Eh sì. Una volta queste compagnie si chiamavano neoclassiche, ma Spellbound non ha nulla di classico. Semplicemente privilegia talento, forma e interpretazione, senza soffocare i danzatori. Non so quanto sia giusto parlarne, ma oggi c’è un’ondata che coinvolge anche le compagnie di base classica: i coreografi costringono i ballerini al minimo, all’abc della danza. Tutti insieme, tutti all’unisono, con la musica d’effetto e le luci trendy… Ma non voglio fare polemica, è solo una constatazione.
Il suo lavoro dunque come si sviluppa?
Il lavoro che cerco di fare non pensa al prodotto finale scenico, ma arriva da un’analisi profonda – storica, artistica e scientifica – della danza. Penso a cosa si è fatto, a cosa ho fatto io, e cerco di raffinare un prodotto che sia originale per composizione e ricerca. Già questo potrebbe sembrare chissà ché, nel panorama della danza: mi pare che ultimamente ci sia stato un azzeramento profondo, con l’arte che riflette la cultura social. Il lavoro che svolgo non è solo da interprete, ma da artista partecipe e responsabile. Spingo i ballerini oltre i loro limiti, li invito a osservare ciò che fanno e a guardare il panorama, per poi posizionarsi in uno scenario che loro hanno avuto la possibilità di analizzare, artisticamente e tecnicamente. Sembra astratto, ma voglio creare una situazione in cui i ballerini facciano un’esperienza creativa e tecnica, portandosi a casa qualcosa. Non qualcosa di «cool». Il risultato non dovrebbe basarsi sulla resa scenica.
«Forma mentis» sarà un compendio di tutto questo?
Quello che mi interessa è mettere sul palco dei giovani che facciano qualcosa al di là delle loro capacità, mostrando al pubblico che sono riusciti a superare loro stessi, che sono superiori, che sono tecnicamente capaci di risolvere problemi che gli sono stati posti davanti. Un po’ come gli atleti che alle Olimpiadi devono fare qualcosa di eccezionale. Voglio che provino questa sensazione a ogni spettacolo, dimostrando a noi in platea le capacità che tutti abbiamo come esseri umani. Non solo l’elite della danza: tutti. L’artista, come lo sportivo, dimostra agli esseri umani che siamo tutti dei geni. Perché il genio non è eccezionale: è qualcosa che abbiamo tutti, ma che è soffocato da pile di pesantezza da dover dissotterrare. Ognuno ha il suo bagaglio: chi più pesante, chi più leggero. C’è chi non ha voglia di alleggerirlo e chi invece se ne libera creando qualcosa di incredibile.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.













