«Io e Neanderthal: quel dialogo con un’altra umanità possibile»

Giorgio Manzi racconta come è nato il suo libro che ci porta dentro tante «storie prima della Storia»
Ricostruzione del volto dell'uomo di Neanderthal - Fonte National History Museum
Ricostruzione del volto dell'uomo di Neanderthal - Fonte National History Museum

I Neanderthal sono la specie preistorica estinta che conosciamo meglio. In Italia il fossile più importante è l’uomo di Altamura, rinvenuto in una grotta a poca distanza dalla città pugliese.

Tuttora si trova a sei metri di profondità, incastonato in concrezioni calcaree, in attesa che la scienza se ne possa occupare con le attenzioni che merita. Ma chi erano i Neanderthal e perché si sono estinti? Ce lo racconta l’antropologo e paleontologo prof. Giorgio Manzi, docente all’Università di Roma «La Sapienza» nel Dipartimento di Biologia ambientale, e divulgatore scientifico, in un saggio appassionante come un romanzo: «L’ultimo Neanderthal racconta. Storie prima della Storia» (Il Mulino, 232 pp., 15 euro; ebook 10,49 euro). Nel libro, il prof. Manzi ricorre all’espediente di un sogno, nel quale immagina di trovarsi faccia a faccia con uno degli ultimi discendenti della specie.

«L’espediente del sogno è dedicato ai lettori che non sempre si avvicinano alla saggistica o a temi scientifici, tanto meno paleoantropologici - spiega -. L’idea è stata quella di aggiungere una componente di fiction, quasi un viaggio nel tempo. Così, attraverso un racconto condiviso tra me e il "mio" Neanderthal, la scienza ci avvicina al nostro fratello estinto e anche un po’ a noi stessi: origini, natura, identità».

Con quali finalità?

«I Neanderthal sono interessanti perché rappresentano un’altra umanità possibile, molto simile a noi, ma allo stesso tempo diversa. Altra cosa è se guardiamo alla variabilità umana attuale: riconosciamo che siamo diversi, ma che apparteniamo tutti alla stessa "razza"».

L’estinzione dei Neanderthal a quali eventi sfavorevoli è collegabile?

«Non una guerra o un genocidio li fece estinguere, ma l’ecologia. Gli ultimi Neanderthal vivevano in un ambiente difficile com’è stato quello dell’ultima glaciazione in Europa e probabilmente soffrivano di una forte crisi demografica: a ogni glaciazione si spostavano verso sud in piccoli gruppi, per poi riesplodere nella fase interglaciale successiva. Nel corso dell’ultima glaciazione, però, oltre al freddo e alla carenza di cibo, nello scenario ecologico c’era un competitore diretto: la specie Homo Sapiens arrivata in Europa dall’Oriente, più capace di sfruttare l’ambiente in maniera elastica e ingegnosa. In un simile confronto fra due specie simili, la biologia evoluzionistica ci dice che una delle due tende ad estinguersi, e l’altra a prevalere. Questo processo è durato millenni».

Nel nostro patrimonio genetico i Neanderthal sono ancora presenti?

«Sì, ma in piccole dosi. Sono state ibridazioni rare, occasionali, magari al primo contatto fra le due specie. Hanno lasciato nel nostro genoma dei brandelli di Dna, come un pulviscolo di segmenti distribuiti nelle varie popolazioni del mondo. Fanno eccezione gli africani subsahariani, i cui antenati non hanno incontrato i Neanderthal: sono loro gli unici "veri" Homo sapiens. La nostra specie Homo Sapiens, originatasi in Africa e poi diffusasi in tutto il pianeta, sin dal Paleolitico si è andata via via adattando alle varie condizioni ambientali che ha incontrato. Da qui la pelle scura o chiara, certe proporzioni corporee e altre caratteristiche, che sono adattative ad ambienti diversi. Poi tutto è stato mitigato dalle migrazioni, che hanno rimescolato le carte all’interno della nostra specie».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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