Cultura

Ilaria Capua: «Le istituzioni devono riuscire a trattenere le donne nel mondo della ricerca»

La celebre virologa sarà a Brescia il 21 settembre per il festival LeXGiornate. Qui ci racconta cosa intende per salute circolare
La celebre virologa Ilaria Capua - Foto © www.giornaledibrescia.it
La celebre virologa Ilaria Capua - Foto © www.giornaledibrescia.it
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Ilaria Capua lancia un allarme: tra gli effetti collaterali del Covid-19 c’è l’attenuazione, nel mondo della ricerca, proprio di quelle «Voci di donna» a cui sarà dedicata l’edizione di quest’anno del festival LeXGiornate.

La nota virologa, direttrice del centro di eccellenza One Health dell’Università della Florida, sarà al festival bresciano mercoledì 21 settembre alle 18, nell’auditorium San Barnaba, per una conversazione che prende il titolo dal suo ultimo libro, «Il coraggio di non avere paura» (Solferino, 192 pagine, 16,50 euro). Al Giornale di Brescia racconta: «Il carico di lavoro addizionale portato dalla pandemia sta facendo sì che, a livello sia italiano sia internazionale, ci sia un’emorragia di talento femminile dal mondo della ricerca e dell’accademia. Molte donne si tirano indietro, perché il lavoro è faticoso e poco remunerativo. A me piacerebbe che la mia voce venisse utilizzata per sollecitare istituzioni ed enti di ricerca a trattenere queste donne, risorse assolutamente fondamentali».

E lei, prof.ssa Capua, perché ha preso un anno sabbatico?

Voglio usarlo per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della «salute circolare», l’oggetto di diversi libri che ho scritto, rivolti a adulti e bambini. È un viaggio di pensiero sulla salute del futuro, che va avanti da qualche anno. Credo che la pandemia ci abbia fatto riflettere molto sulla nostra vulnerabilità in un sistema complesso che pensavamo di essere in grado di dominare.

Invita a «sviluppare un nuovo libretto di istruzioni per il pianeta», attento alle interconnessioni tra l’ambiente naturale e l’insieme degli esseri viventi...

Madre natura ci sta dicendo, attraverso la pandemia, gli eventi climatici estremi, il riscaldamento globale, che continuare così non va proprio bene. Credo che debba svilupparsi una nuova consapevolezza, perché ognuno di noi facendo il suo pezzettino può portare un piccolo cambiamento. La responsabilità individuale è l’anello fondamentale di quella collettiva, l’unico modo per affrontare problemi di tale complessità. Dobbiamo crearci «una nuova mappa mentale» che ci orienti a lungo termine nella lotta contro le malattie.

Quali i punti fermi di questa mappa?

È anche una nuova mappa di vita. Abbiamo visto, ad esempio, che è possibile lavorare in smart working, abbiamo riscoperto opportunità che ci possono portare nel futuro. Abbiamo poi anche capito che con la febbre e una malattia respiratoria non si esce, e soprattutto che siamo tutti nella stessa barca.

Già prima del Covid, lei sollecitava «un cambiamento culturale sull’uso dei vaccini». Ora molte persone non vogliono fare la quarta dose...

Le opinioni contrapposte su questo tema ci sono sempre state. È legittimo non aver fiducia nei vaccini. Penso, tuttavia, che si debba lavorare per far capire che sono lo strumento di elezione per contrastare le malattie infettive, soprattutto in un momento di circolazione virale molto attiva.

Invoca anche la trasparenza, i dati delle ricerche messi a disposizione di tutta la comunità scientifica. Il Covid ha prodotto cambiamenti?

In realtà già nel 2006, ai tempi dell’influenza aviaria, con un passaggio che ha segnato la mia carriera chiesi a voce alta di sviluppare dei database per mettere in condivisione le sequenze dei virus prepandemici. La mia proposta fece scalpore, ma da essa nacquero iniziative che oggi raccolgono circa 12 milioni di sequenze del virus Sars-Cov-2. Quella infrastruttura di condivisione è risultata essenziale nel 2020 per gestire l’emergenza da Covid-19. È importante dirlo, perché quello che faremo adesso ci tornerà utile tra 15-20 anni. Per questo insisto sul nuovo paradigma di salute circolare: è un investimento nella nostra salute e nella nostra capacità di difenderci da minacce di vario tipo.

A Brescia abbiamo avuto molta paura e molti morti, ma è nata anche una fortissima solidarietà reciproca tra i cittadini. È parte di quella che lei chiama l’«energia generativa» della pandemia?

Assolutamente. E mi piacerebbe che da questa solidarietà, oltre alle cose necessarie e urgenti di cui c’è stato bisogno per far fronte all’attacco pandemico, nascessero anche proposte che vadano in direzioni nuove.

Può fare un esempio?

Una delle iniziative nate dal progetto di salute circolare è weTree. Ci poniamo l’obiettivo di realizzare nelle città italiane aree verdi intitolate a donne che si sono distinte con le loro attività per una società migliore. È una spinta che parte dal basso e vuole far riflettere sull’importanza sia del verde sia della forza femminile che è stata essenziale per uscire dalla pandemia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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