Il musicologo: «Come “Bella Ciao” divenne simbolo della Resistenza»

«La storia di “Bella ciao” è affascinante perché è complessa», afferma Jacopo Tomatis, musicologo, giornalista, scrittore e insegnante di Popolar music al Dams di Torino, parlando del suo saggio dedicato al celebre inno (Il Saggiatore, 192 pp. 15 euro) e del suo carisma che continua a conquistare le nuove generazioni.
«Ma - premette l’autore -, non è una storia lineare: procede per scarti inattesi e si è alimentata per decenni di interpretazioni errate, miti e fake news. Quello che sappiamo, oggi, è che era effettivamente cantata durante la Seconda guerra mondiale, verso la fine, ma è diventata quello che è oggi - un simbolo di antifascismo e di dissenso - solo dagli anni Sessanta, con la sua pubblicazione su disco, i primi passaggi televisivi e la sua inclusione nel repertorio del Nuovo Canzoniere Italiano, e il suo ingresso nel folk revival».
«Bella ciao» nel 1964 divenne anche uno spettacolo al Festival dei due Mondi di Spoleto, con strascichi politici clamorosi. Un disco pubblicato nel 1965, che riproduce quasi per intero lo spettacolo contestato, a lungo ristampato nei decenni successivi, è diventato «un vero classico alternativo della discografia italiana». Il canto sociale diventa un traino, una testimonianza, un ideale, che ben presto si traduce anche in espressione di un credo politico che «ha influenzato profondamente la visione del mondo e “Bella ciao” è diventata l’inno ufficiale di quella parte dell’Italia che si riconosce nel valore dell’antifascismo».
In lingua spagnola, nel 1959 fu una delle canzoni della rivoluzione cubana. Ma è stata tradotta anche nelle lingue slave, scandinave e in arabo, fino al cinese e al giapponese. Ma quali sono le sue reali ascendenze? Slave come dice qualcuno, o addirittura ebraiche? O in origine era solo un canto delle mondine? Lo chiediamo all’autore.
«L’origine di “Bella ciao” - spiega - non è fra le mondine, lo possiamo dire con certezza: la versione delle mondine oggi nota è successiva alla canzone diffusa già negli ultimi anni della guerra. Sull’origine slava… difficile a dirsi. Esistono canti simili in quella tradizione, ma è in fondo complesso (e in parte errato) parlare di “origine” in rapporto a materiali musicali che si sono generati nelle pratiche orali. La “Bella ciao” che conosciamo noi non è un pacchetto che passava da una popolazione all’altra, da un gruppo partigiano a un altro. È il punto di arrivo di un percorso di passaggi e trasformazioni di idee testuali e melodiche che forse, in qualche momento, ha anche incontrato la tradizione slava o ebraica».
«Bella ciao», è universalmente nota grazie anche alle incisioni di Yves Montand, Milva, Giorgio Gaber e altri cantanti, che l’hanno trasformata in canzone pop...
«Se “Bella ciao” è diventata quello che è oggi, è anche (se non soprattutto) perché questi e altri musicisti l’hanno incisa a partire dalla prima metà degli anni Sessanta. Il primo, nel 1962, fu Yves Montand, che la portò più volte in Eurovisione. È a lui che si deve il più popolare arrangiamento di “Bella ciao”, a ritmo sostenuto e con un leggero swing… lo stesso che ancora oggi è molto comune ascoltare in molte versioni».
Che cosa scandalizzò tanto dello spettacolo «Bella ciao» al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964?
«La miccia dello scandalo non fu tanto la canzone “Bella ciao” - che anzi era all’epoca percepita come relativamente innocua - ma la presenza di un canto antimilitarista della Prima guerra mondiale, “O Gorizia tu sei maledetta”, che attirò sul “Nuovo Canzoniere Italiano” una denuncia per vilipendio alle forze armate… e di conseguenza una ricca pubblicità. Tutti i giornali ne parlarono. Da qui in poi, grazie allo spettacolo “Bella ciao” (che poi diviene anche un disco) si sviluppa il folk revival in Italia, e germoglia lo studio e il fascino per la musica “del popolo”, intesa con una forte componente politica. Interessava, in questi canti, il loro valore antagonista e di provocazione. Ma si può tranquillamente sostenere che senza lo spettacolo e il disco, “Bella ciao” non sarebbe quella che è oggi».
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