Cultura

Il dialetto, un rustico lessico familiare. Sale Marasino rinnova la memoria

Il libro «Come eravamo» curato da Andrea Salghetti sulla scia dell’Atlante linguistico italiano del ’37
Storica la presenza di malghe sui rilievi alle spalle del paese -  © www.giornaledibrescia.it
Storica la presenza di malghe sui rilievi alle spalle del paese - © www.giornaledibrescia.it
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«A proposito dell’h per s è necessario notare che col forestiero borghese si cerca di evitare l’h. Un uomo e una donna, fermatisi davanti al mio albergo, vedendo alla finestra mia moglie, evitavano il suono h. Ma accaloratasi la discussione fino al litigio, ambedue perdettero ogni ritegno, e allora piovvero gli h senza fine e gli s furono sommersi completamente...».

L’annotazione - sorridente e delicata - è di Ugo Pellis, che nel 1937 condusse a Sale Marasino una rilevazione per l’Atlante linguistico italiano registrando un «dialetto rustico» fitto di s aspirate, ben distinguibile dal «dialetto borghese» di città o di Iseo.

A 85 anni da allora, la vergogna per quel dialetto rustico - al tempo così naturale in famiglia o nella stalla - lascia spazio a una dedizione fatta di studio e affetto. Studio e affetto che segnano ognuna delle 350 pagine di «Come eravamo - I luoghi, la vita e il lavoro dei nostri avi», volume edito per i tipi della Grafo su iniziativa della Comunità montana del Sebino bresciano e della Biblioteca comunale di Sale Marasino.

Radici sebine

La cura del volume - prefato da Giovanni Bonfadini, docente di Glottologia all’Università Studi di Milano - è frutto dell’impegno di Andrea Salghetti, forti radici sebine, docente di Economia zootecnica e agroalimentare all’Università di Parma, da trent’anni animatore di un gruppo di ricerca locale raccolto attorno alla biblioteca comunale del centro sebino. La storia delle campagne dialettologiche sul territorio bresciano è ricca di capitoli: dalle ricerche dello Sheuermeier negli anni Venti fino al ben più recente Atlante lessicale bresciano della Fondazione civiltà bresciana. Passando proprio per l’Atlante lessicale italiano che vide Ugo Pellis lavorare anche a Sale Marasino. Riannodando il filo di quella ricerca, oggi il gruppo di Salghetti ne ha fatto memoria collettiva. Chiedendo a testimoni ed esperti locali di collocare il «vocabolario» del 1937 dentro racconti concreti di ambiente e di vita.

Memoria da condividere

Ecco allora il pascolo estivo, nà ’n mut o nà ’n màlga sui pendii sebini dove i cedui o i cespugli erano intervallati da piccole radure, da spiazzi (hpladèc’). Dove gli strumenti del mestiere erano il bastone (bachèt o fèrla), il sale pastorizio (hàl négra) e il cane pastore (cà paradùr). Oltre ai richiami a voce alta: «sa, sa, sa... le àche...» per le mucche, oppure «bèle, bèle, bèle...» seguito da fischi per le pecore. In famiglia i rapporti patriarcali risuonavano nell’uso dei figli di rivolgersi al genitore col «voi» (ó bubà, ó màma...). In casa, in mancanza di piatti e fondine di ottone, si usavano le ciotole (bah-giöi) e i cucchiai (cügià). Nella cantinetta (hìlter) i cibi che attiravano mosche venivano protetti in una gabbia di legno e rete (mohcaröla) mentre appesi al soffitto si trovavano bastoni di legno (perteghèi) con appesi i salumi. E per evitare che vi si arrampicassero i topi, agli estremi si legavano mazzi di pungitopo (hpìna horèch). Un mondo scomparso.

«Quello che andiamo raccontando - scrive Andrea Salghetti in una proposta di conclusione del lavoro - è un mondo in buona parte scomparso: gli anziani restano increduli di averlo vissuto». Questi nostri anni, insomma, rappresentano «l’ultima occasione» per recuperare testimonianze e ricostruzioni dirette. E sotto questo profilo il volume su Sale Marasino è un felice risultato, «a testimonianza dell’amore ancora radicato nella popolazione per le nostre tradizioni. Perché il nostro futuro è nelle nostre radici».

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