Giorgio Pasotti: «Interpreto Kafka trasformandomi in un animale»

La felice impresa di portare la narrativa di Kafka a teatro combina l’impegno di Alessandro Gassmann, autore e regista, e di Giorgio Pasotti, interprete in «Racconti disumani» di due strane figure al bivio tra il mondo animale e la realtà degli uomini. Per le due rappresentazioni di sabato 25 gennaio alle 20.30 e domenica alle 15.30 al Teatro Sociale di via Cavallotti 20, proposte dal Ctb nella sua 51ª Stagione, i biglietti sono esauriti, ma con possibilità di lista d’attesa per i posti di eventuali rinunciatari.
L’adattamento, dai due racconti «Una relazione per un’Accademia» e «La tana», è di Emanuele Maria Basso, le musiche sono di Pivio e Aldo De Scalzi, i costumi di Mariano Tufano. All’ideazione delle scene ha lavorato lo stesso Gassmann, alle luci Marco Palmieri, alle videografie Marco Schiavoni. La produzione è firmata Teatro Stabile d’Abruzzo e Stefano Francioni Produzioni. Ce ne ha parlato in risposta a qualche quesito l’attore Giorgio Pasotti.

Come si trova in queste due parti inconsuete e sorprendenti?
In realtà molto bene, ma è stato faticoso arrivarci: si può intuire la fatica, dietro la costruzione di questi due personaggi che sono agli antipodi l’uno dell’altro, uno scimpanzé umanizzato e un uomo involuto verso una forma animale, una sorta di talpa. È stato impegnativo sia fisicamente, sia nella recitazione. Per il primo, Gassmann mi ha chiesto, per renderlo credibile, di mantenere una posizione statica, non completamente eretta e di parlare con voce bassa e lenta. Il secondo, al contrario, parla e si muove molto velocemente, appare e scompare dal suo rifugio. Sono due personaggi molto impegnativi.
Che cosa li accomuna, per coinvolgerli in un’unica narrazione?
Il fil rouge è il tema della libertà sacrificata. Lo scimpanzé catturato e messo in gabbia capisce che l’unico modo per salvarsi è iniziare a imitare gli uomini: è un tema attuale, molto vicino al tema principe di Kafka. Il secondo personaggio, forse il più autobiografico, si autocensura: si rinchiude nel suo mondo per proteggersi, ma questa scelta diventa un incubo. Richiama un po’ quel che è successo con il Covid, quando le costrizioni ci hanno resi più soli, privandoci della socializzazione e della libertà di muoverci. La sfida è ben riuscita. Lo spettacolo ha avuto un grande successo, abbastanza inaspettato e il merito va all’aver trovato una chiave di lettura facile e sorprendente per un autore che è considerato difficile.
Continua il suo impegno per il teatro? Quali altri progetti ha in cantiere?
Curerò la regia di un Otello riscritto da Dacia Maraini per Marche Teatro, lo Stabile d’Abruzzo e Virginy Isola Trovata; sarò in scena con Giacomo Giorgi, attore che piace molto ai ragazzi: a luglio debutteremo al Festival Shakespeariano di Verona. È in previsione anche una regia per la lirica: una Traviata al Teatro Coccia di Novara. A breve sarò impegnato nelle riprese della serie televisiva intitolata «L’appartamento» con la regia di Giulio Manfredonia. In programma c’è poi un film per Rai 1 dedicato al bobbista Eugenio Monti: sarà proposto in apertura alle Olimpiadi invernali. Per me sarebbe sufficiente continuare a lavorare con lo stesso entusiasmo; se dovesse venir meno, smetterei.
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