Cultura

Gianluca Gotto a Brescia: «Mangia, vivi, viaggia, ma soprattutto ama quello che fai»

Teatro Sant’Afra pieno di ragazze e ragazzi di ogni età, ieri, per ascoltare dal vivo lo scrittore, blogger, viaggiatore che ha parlato dei suoi libri
Gianluca Gotto - © www.giornaledibrescia.it
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Teatro Sant’Afra pieno di ragazze e ragazzi di ogni età, ieri, per ascoltare dal vivo Gianluca Gotto. Lo scrittore, blogger, viaggiatore ha parlato dei suoi libri (più di mezzo milione di copie vendute), della sua vita da nomade digitale, della sua filosofia e della sua missione: portare la serenità nella vita di più persone possibile, partendo dalla semplicità.

Per chi non ti conoscesse: chi è Gianluca Gotto?

Sono uno scrittore, arrivato a questa professione partendo da lontano. Da giovane, a Torino, ho sentito il richiamo del mondo e ho quindi viaggiato svolgendo diversi mestieri e sono poi approdato alla scrittura. Ho iniziato facendo l’articolista per il web, riuscendo a farne un lavoro a tempo pieno da remoto, e poi ho aperto un blog con la mia compagna Claudia, «Mangia vivi viaggia». Nel 2018 ho autoprodotto il mio primo libro. I libri li scrivo in Oriente, e poi li porto in Italia per trasmettere ciò che ho preso da lì.

Nei tuoi romanzi ricorri all’autofiction oppure c’è poco di te?

In tutti i miei libri c’è sempre una componente personale, anche se non prettamente autobiografica. Se il romanzo è ambientato in un Paese, quel Paese l’ho davvero vissuto. Ma essendo romanzi c’è anche un inevitabile grado di creatività, che spesso nasce dal dialogo con le persone che leggono i miei libri. Ascolto la reazione, i pensieri, e a volte combino figure e sofferenze per creare i percorsi. C’è sempre, nei miei libri, un trasferimento o un viaggio, quel cambiamento che spero aiuti chi legge a vivere meglio la propria vita.

Il tuo intento social è avvicinare le persone alla loro serenità. La ricetta per te e la tua famiglia è chiara - il nomadismo - ma cosa suggerisci di fare a chi ha vocazioni diverse?

Prima di tutto bisogna analizzare la propria insoddisfazione, se si è insoddisfatti. La felicità può essere anche dove si è. Ma quando non ci si sente a posto, a volte anche solo un viaggio può aprire l’orizzonte. A chi ne ha la possibilità suggerisco sempre un’esperienza all’estero: può essere un viaggio che diventa un trasferimento definitivo o solo una parentesi. Se non si ha la possibilità di farlo, si può comunque lavorare su se stessi, cercando di fare ciò che si ama. E quando proprio non riesce a fare ciò che si ama, è utile cercare di amare ciò che si fa, cambiando atteggiamento e sguardo sulle cose della vita. Il buddismo in questo è perfetto: insegna a stare bene dentro.

Quando hai capito che quello che stavi vivendo sarebbe stato utile anche ad altre persone?

Con il primo libro. Già con il blog ricevevo riscontri positivi, ma i primi lettori erano un po’ come me, facevano già una vita simile alla mia. È stato con il primo libro, che parla proprio del mio percorso di nomadismo e ricerca di felicità, che ho capito che non erano poche le persone come me, anche in Italia. Mi ha stupito. Tanti mi dicono che dopo averlo letto si sentono meno soli, meno sbagliati, meno in ritardo rispetto ai coetanei e rispetto alle tappe che la società si aspetta. È bello anche per me scoprire che non sono così solo.

Recentemente sei diventato padre: la tua scrittura è cambiata? Come concili le due cose?

Ho concluso il sesto libro e già è cambiato tutto: è il primo che ho scritto di notte, perché non voglio perdere nulla della crescita di mia figlia. Viaggia per il mondo con me e Claudia. Se inizialmente sacrificare il sonno era un fastidio, soprattutto in teoria, nella pratica osservare lo skyline di una metropoli cinese e la luna sulle piantagioni di tè in Sri Lanka non è così male. Sono grato, ne vale la pena. 

Fai parte di quel vivaio di autori e autrici provenienti dal mondo dei blog e dei social, su cui molte grandi case editrici hanno deciso di puntare, ma che a volte nei salotti culturali vengono snobbati. Ti sei mai trovato a rispondere a una di queste critiche?

Partirei dal fatto che sono un personaggio sfaccettato. Nasco come blogger, ho auto-pubblicato il primo libro. Solo in un secondo momento sono entrato nel mondo dell’editoria tradizionale, ma il primo libro non è stato un gran successo. È stato il terzo — il secondo pubblicato da Mondadori, «Succede sempre qualcosa di meraviglioso» — che ha fatto il botto. Nel frattempo aumentava mio il seguito sui social. Ora chi arriva su Instagram pensa che mi fanno scrivere libri perché sono seguito, ma è stato il contrario. Sono cresciuto con i libri. Non presto molta attenzione a giudizi di questo tipo. Non penso a chi è davvero un «vero scrittore». Mi tiro fuori. Dico solo che ho sempre amato i libri e per me hanno una forza salvifica. Ho sempre letto romanzi semplici, popolari, e quando ho intrapreso questa strada non l’ho fatto con l’intento di essere uno scrittore. Piuttosto, scrivo come se fossi un amico che davanti a un tè caldo ti racconta cose utili, perché le ha vissute. Il libro non è un fine, ma un mezzo.

A proposito di riferimenti letterari, quali sono i tuoi?

La letteratura americana, prima di tutto Da ragazzino divoravo i romanzi di Stephen King, ma amo anche Raymond Carver, che ha lanciato la scrittura minimalista. Mi affascina molto. Io sono un fiume in piena, lui è conciso. E amo Sally Rooney: si ispira a Carver anche lei. Ma guardandomi indietro ho letto davvero di tutto, da Ken Follett a «Harry Potter», saga che per me è stata un rifugio. Da adulto il mio spirito ribelle si è poi trovato in Charles Bukowski: esagerava nella degradazione per mostrare che il fallimento fa parte della vita.

Chi è dunque il tuo lettore ideale, la tua lettrice ideale?

Chiunque si senta sul punto di rinunciare. Chiunque sia davanti al vuoto, che spesso attira. Un lettore o una lettrice di qualsiasi età, di qualsiasi genere e di qualunque provenienza. La sensazione di sentirsi fuori luogo è di tutti.

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