Cultura

Giada Masi: «La mia Ofelia come una ventenne di oggi porta i Dr.Martens»

Giulia Camilla Bassi
Il Premio Abbiati per i costumi di «Hamlet» a Giada Masi, docente all’Accademia S. Giulia
Hamlet - Foto di Daniele Ratti e Mattia Gaido
Hamlet - Foto di Daniele Ratti e Mattia Gaido
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Ha vestito Amleto di blu e Ofelia di bianco, ma con gli anfibi, scelte che alla giuria del Premio della Critica Musicale Franco Abbiati 2026 sono apparse esattamente per quello che sono: drammaturgia e psicologia tradotte in abito. Fiorentina, docente di Costume per lo Spettacolo all’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia, la costumista Giada Masi si è aggiudicata uno dei più autorevoli riconoscimenti del panorama teatrale e musicale italiano, nella categoria Costumi, per il lavoro realizzato su «Hamlet» di Ambroise Thomas, presentato al Teatro Regio di Torino lo scorso anno. Il premio, consegnato il 19 aprile al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, arriva in un momento di piena attività.

La costumista Giada Masi
La costumista Giada Masi

Stasera, mercoledì 22 aprile, infatti, Masi debutterà al Teatro alla Scala come collaboratrice costumista in «Pelléas et Mélisande» di Debussy, con la regia, le scene, i costumi e le luci di Romeo Castellucci, tra i registi più visionari e radicali della scena teatrale internazionale. Le abbiamo chiesto come si costruisce un costume dall’interno.

Giada Masi, cosa ha significato per lei questo premio?

È stato inaspettato, non pensavo di ricevere questo riconoscimento adesso. Quando mi hanno avvisato, la prima sensazione è stata la sorpresa, prima ancora della gioia. Poi mi sono sentita molto onorata e felice che il lavoro sia stato capito e apprezzato. Dietro la progettazione e la realizzazione dei costumi di un’opera c’è almeno un anno di lavoro. Tanta fatica non solo mia, ma anche di tutte le persone che ci hanno lavorato: le sartorie, gli artigiani, che realizzano costumi con una qualità altissima.

Da dove è partita per costruire l’identità visiva dei costumi di «Hamlet»?

È stata una vera collaborazione con il regista, che mi ha dato le sue prime suggestioni sulle quali poi ho innestato le mie. Voleva un’opera contemporanea, ma con una fortissima caratterizzazione storica. Per ciascun personaggio ho lavorato affastellando ispirazioni più moderne ad alcune più classiche. Per Gertrude, ad esempio, mi sono ispirata ad Alessandra regina di Danimarca, sulla quale ho poi inventato tagli più contemporanei. Per Ofelia mi sono ispirata alla moda contemporanea con riferimenti molto pop e moderni come Alexander McQueen.

Un esempio?

Un segno che all’inizio ha scandalizzato tutti, e che poi è stato riportato anche nella motivazione della giuria, è stato mettere a Ofelia i Dr. Martens: lavoravamo a Torino, città universitaria e tutte le ragazze le portano con i vestitini. Volevo che fosse un segno chiaramente contemporaneo che la portasse all’oggi, riconoscibile, per agganciarci al presente.

Come influisce l’insegnamento in Accademia sul suo lavoro?

Ho iniziato a insegnare da pochi anni e ho scoperto che mi piace tantissimo, pur non sentendomi davvero un’insegnante. Sono una professionista e provo a trasmettere il mio metodo, che ho affinato negli anni lavorando come assistente per vari costumisti, in tanti teatri più o meno importanti. L’insegnamento mi tiene ancorata all’oggi: avere a che fare con i ventenni è stimolante. E se do loro dei consigli mi sento in dovere di seguirli anch’io.

C’è un’opera che sogna di vestire in futuro?

Tante, in effetti. Ma ho un grande amore per Mozart, mi piacerebbe tantissimo fare il «Don Giovanni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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