Francesco Maffei, effetto sliding doors per il destino da gigante negli ottoni

«Ha il mondo ai suoi piedi. È il miglior suonatore di ottoni diciassettenne che abbia mai sentito in vita mia. È piccolo di statura, ma è destinato a diventare un gigante».
Ha usato parole forti Steven Mead, tra i migliori eufonisti al mondo, quando lo scorso novembre ha premiato Francesco Maffei, trombonista bresciano vincitore del concorso internazionale di Povoletto (Udine) nella categoria under 21. Primi passi all’Accademia Rondò di Nuvolera, poi al Conservatorio di Bergamo, Maffei è stato il più giovane allievo delle masterclass di Joseph Alessi (primo trombone della New York Symphony Orchestra) e di Enzo Turriziani (primo trombone dei Wiener Philarmoniker); ha poi vinto l’audizione con la Young Concertgebouw Orkest di Amsterdam e ha suonato alcuni mesi con l’Orchestra Sinfonica della Rai. In luglio sarà in forze nell’Orchestra giovanile del Festival di Verbier in Svizzera e in ottobre affronterà la sfida conclusiva del concorso «Thomas Kuti» di Klagenfurt (Austria), unico italiano in finale.
Come è avvenuto l’incontro con il suo strumento?
In casa ho sempre sentito musica; soprattutto quella barocca ha abitato la mia memoria fin da piccolissimo. Uno dei miei primi ricordi è papà Cesare con il suo violino; mia madre Ilaria suonava invece il trombone per hobby. Infermiera al Civile, una volta accadde che il turno lavorativo non le consentisse la lezione di strumento: «Tranquilla mamma, al tuo posto vado io», le ho detto. Il Destino mi stava aspettando.
Come si è trovato nell’Orchestra Sinfonica della Rai e in Olanda?
Alla Rai mi ha colpito l’accoglienza. Anagraficamente avrei benissimo potuto essere loro figlio, invece mi hanno trattato da «collega», superando ogni differenza di età. Un ambiente amichevole, rispettoso, unito. Sono entrato in punta di piedi, cercando di conquistare la loro fiducia; ho imparato ad ascoltare, a comprendere quando essere protagonista e quando farmi da parte, per lasciare spazio; ad analizzare ogni dettaglio di una partitura, a cercare il bel suono in ogni nota, l’intonazione migliore in ogni accordo, il ritmo giusto in ogni passaggio. Il Primo trombone della Rai, Diego di Mario, mi ha fatto capire come comportarmi nel solo del «Pulcinella» di Stravinsky: un pagliaccio che arriva al circo e intrattiene il pubblico con fascino e ironia.
E in Olanda?
Se alla Rai prediligevano il suono netto, ben staccato e chiaramente articolato, al Concertgebouw si lavorava di più sulla profondità, sulla rotondità del colore, sulle risposte acustiche della sala. Là mi hanno impressionato la tenacia, l’efficienza, lo zelo: otto ore di lavoro al giorno, organizzazione nei minimi dettagli, tutto ottimizzato, nulla lasciato al caso. Se le prove iniziavano alle 9.30, dovevo essere seduto al mio posto con il trombone in mano alle 9.05, pronto per il riscaldamento. Nessuna tipica corsa italiana dell’ultimo minuto. Meno sorprese e fantasia, più rigore e funzionalità.
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