Franca Grisoni: «Con la guerra poesia di denuncia e silenzio»

Nella ricorrenza della Giornata mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, Franca Grisoni, una delle voci più alte della poesia italiana contemporanea, leggerà e introdurrà alcune poesie tratte dalla sua nuova raccolta «Le crepe» (collana La Gialla Oro, ed. Pordenonelegge Poesia - Samuele Editore).
L’appuntamento, promosso dal Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con Pordenonelegge, è al Teatro Sociale, via Cavallotti 20 a Brescia, dopodomani, lunedì 21 marzo, alle 17,45 (apertura del teatro alle 17). Tema dell’incontro è «Tènder: prendersi cura». Interverranno: Gian Mario Bandera, direttore del Ctb; Fabrizio Bregoli, poeta; quindi Franca Grisoni leggerà alcuni suoi testi, e dialogherà con Paola Carmignani.
Ne abbiamo parlato con la pluripremiata poetessa, i cui testi (nel dialetto di Sirmione, dove è nata e dove vive) sono tradotti, pubblicati e studiati anche all’estero; da anni è apprezzata collaboratrice della pagina della Cultura del nostro Giornale.
Franca Grisoni, la prima domanda è d’obbligo: quale è il ruolo della poesia nel momento in cui il mondo è alle prese con una terribile guerra?
La poesia dei grandi poeti è un atto di civiltà e cultura contro la barbarie dell’aggressione armata. Di fronte alle bombe, ai carri armati, ai morti, non me la sento di dire che la poesia possa fare qualcosa. Non credo, quindi, che la poesia possa influire sul corso di una guerra, che possa cambiare le cose. La sento più come una possibilità di denuncia. Ma in certi momenti, esiste anche il silenzio. Nel testo c’è il tema della bellezza, con particolare riguardo alla natura... Quando vedo chi, a Sirmione, lascia le lattine per strada, penso: «Lo fai perché pensi che il luogo non sia tuo: perché non sai che è anche tua, la bellezza».
Lei ha scritto anche poesie civili e ha toccato il tema dei bambini in guerra...
Sì. In quest’ultima raccolta c’è una drammatica poesia sui bambini soldato, in cui si invoca la pace, e ce n’è una sui migranti, che fuggono dalle guerre con la speranza di trovare la pace, invece finiscono in fondo al mare. L’indignazione, il dolore, la compassione suscitati dalle guerre hanno spesso sollecitato i poeti.
Ci dica de «Le crepe»...
Non amo molto parlare delle mie poesie, preferisco che siano i critici, o i lettori a farlo. Dei temi di cui tratto, io parlo meglio in versi. Il tema delle crepe lo affronto partendo dall’immagine di un vaso aggiustato con l’oro, secondo la tecnica del kintsugi. È un’ammissione di fragilità, ed è la speranza di rigenerarsi, di avere possibilità nuove per la vita. Le crepe sono anche le relazioni che possono essere ricomposte, e ci dicono che non ci si deve vergognare delle ferite.
Ci dica qualcosa del verbo «tender», che lei usa in poesia fin dalle sue prime raccolte.
È intraducibile. Significa custodire, avere cura, fare attenzione. «La virtù dell’attenzione», la chiama Simone Weil. Riguarda la mamma col bambino, il cacciatore con la preda, poi ci sono la cura dell’orto, la cura della fragilità.
Ad ispirare i suoi testi è spesso la fragilità...
In questi anni di pandemia la poesia si è occupata spesso della fragilità. I poeti hanno messo in evidenza la solitudine di chi moriva, hanno parlato degli anziani soli nelle case di riposo. Qui, la mia poesia che allude alla pandemia usa una metafora antichissima, quella delle foglie che cadono.
Il tema della bellezza nei suoi testi è connesso al tema del sacro...
C’è spesso, nelle mie poesie, l’atto di inginocchiarsi, perché il mondo è sacro. Quando Mosè sul Sinai si toglie i sandali, è perché il monte è sacro. In un cantico di Daniele, che si legge nella liturgia delle Ore, si dice: «Benedite, opere del Signore, benedite». Se sai che il Creato benedice, anche tu sei dentro quella benedizione. Se sai che il fiume ti benedice, come fai a buttarci dentro gli scarichi industriali? E, per lo stesso motivo, non getterai mai una bottiglia di plastica nel lago...
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