Fiorello canta Blanco e parla come a Berlinghetto

Fiorello sommerso dagli applausi al Gran Teatro Morato. Un one-man-show trascinante, di chi non ha perso la confidenza con il palco, nonostante sia da tempo più avvezzo ai set televisivi. C’era il tutto esaurito da settimane e un grande fermento si percepiva già dal parcheggio, invaso come non mai a orari insoliti: in totale 2.000 persone, con età media intorno ai cinquanta. Desiderose di vedere dal vivo il mattatore siciliano che - pur dopo un’assenza live di cinque anni - sfoggia l’appeal dei tempi migliori. È di ieri la notizia che renderà meno tristi coloro che non hanno trovato biglietti: Fiorello tornerà a Brescia venerdì 1 e sabato 2 aprile.
Annunciato da un divertito curriculum vitae, Fiorello entra in scena dalla platea, sfoggiando un look alla Renato Zero, parrucca nera e giacca arancione. Racconta dell’arrivo in città, in mattinata, imitando perfettamente la cadenza bresciana, che dice di aver imparato da «un compagno di naja di Berlingo o, meglio, di Berlinghetto».
Lo affianca una band di composizione variabile (sono presenze fisse solo tastierista e chitarrista): dopo un abbozzo di Måneskin, torna al naturale - brizzolato e in total black - e dà il via a uno show debordante, che poggia su pochi punti fermi e tanta improvvisazione. Di simpatia contagiosa, miscela riferimenti occasionali alla nostra provincia, gag ispirate dalla quotidianità o dalla cronaca italica, coglie al volo gli appigli che arrivano dal pubblico per voltare le pagine e aprire file nuovi: terza età, andropausa, dieta vegana ed effetti collaterali dell’omega 3, rapporti tra genitori digitalmente inetti e figli col pollice supersonico, perfino la sordità di Beethoven o la torrenzialità compositiva di Schubert.
Pian piano prende il sopravvento la musica, raccontata e a tratti cantata: Fiorello si cala nei panni di Achille Lauro alle prese col repertorio di Nino D’Angelo, ma poi rende (meravigliosamente) i battistiani «Giardini di marzo» come se fossero una trap con tanto di autotune. Spiega, Fiorello, che le canzoni contemporanee sono dirette e non impiegano metafore, come invece accadeva sempre in passato. Cita poi Mamhood e subito dopo, per associazione, Blanco, chiedendosi quanti davvero conoscano la produzione del vincitore di Sanremo, quindi ne canta un pezzo come se fosse Modugno: doppia ovazione, per il riferimento all’artista di Calvagese e per la performance.
Si continua con il senso occulto di brani della tradizione italiana, da «Il cielo in una stanza» di Paoli a «Pensiero stupendo» della Pravo al doppio senso di «Grande, grande, grande» (e qui lambisce il pecoreccio). Una volta indossata una giacca con i glitter, arrivano gli omaggi a Raffaella Carrà (che commuove Sergio Japino, seduto nelle prime file), un altro travolgente a Elvis Presley, quello a Franco Battiato condito da ricordi personali. Torna Fiorello/Zero per un karaoke collettivo (tutti in piedi a cantare e ballare), quindi arriva un filotto di sketch inframmezzati da occasionali brescianismi che scatenano i presenti. Rush finale con accenni mistici a ricordare gli esordi canori in chiesa da bambino, poi da crooner, impersonando Paolo Conte con gran classe.
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