Il filosofo Benasayag: «La vita non deve sempre servire a qualcosa»

Il filosofo e psicoanalista argentino riceverà a Lograto il premio «Un libro per il presente» per «Funzionare o esistere?»: l’intervista
Nicola Rocchi
Miguel Benasayag
Miguel Benasayag

Domani (lunedì 23 giugno) alle 21 nel parco di Villa Morando a Lograto (in caso di maltempo nella parrocchia Ognissanti), Miguel Benasayag riceverà il «Premio internazionale di filosofia. Un libro per il presente» assegnato dalla Fondazione Filosofi lungo l’Oglio e giunto alla XIV edizione. Sarà così possibile incontrare un pensatore importante e originale. Filosofo e psicoanalista nato in Argentina, Benasayag è stato oppositore della dittatura e prigioniero politico negli anni Settanta. Da tempo cittadino francese, è autore di molti libri, il più noto dei quali è «L’epoca delle passioni tristi», scritto con Gérard Schmit e edito in Italia da Feltrinelli. Il festival diretto da Francesca Nodari lo premierà per il libro «Funzionare o esistere?», pubblicato nel 2019 da Vita e Pensiero. Ne abbiamo discusso con l’autore.

Benasayag, lei afferma che oggi desideriamo funzionare piuttosto che esistere. Cosa significa?

«Funzionare significa rispondere sempre alle esigenze del mercato, esterne a noi, dimenticando le nostre affinità elettive, le radici, in nome di un’efficacia economica, rivolta alla produttività. Anche l’esistere, ovviamente, implica un certo livello di funzionamento; ma ora siamo colonizzati quasi completamente da questa esigenza di dimenticare il senso e le dimensioni più complesse per rispondere alle domande della macroeconomia».

Parla di una «colonizzazione» del vivente da parte del mondo algoritmico...

«Da trent’anni faccio ricerche intorno all’interfaccia tra algoritmo e biologia. Vedo sempre di più che la potenza del mondo algoritmico non permette di mettere al nostro servizio queste macchine così complesse. Accade invece che noi viventi accettiamo di essere spinti a funzionare come se fossimo noi stessi macchine algoritmiche».

Più ci assimiliamo alle macchine, più il mondo sembra precipitare nell’angoscia e nella violenza.

«Oltre alla violenza sempre terribile delle guerre, ci sono una violenza e un’angoscia molto particolari, dovute al fatto che questo mondo dell’esattezza matematica, del calcolo che rimpiazza quasi ogni dimensione dell’esistenza, non è vivibile per noi. Ciò provoca come risposta il ritorno del contenuto represso, un malessere che si osserva dappertutto ma in particolare fra i giovani che, entrando in questo mondo, lo trovano troppo stretto e complicato da abitare».

Cosa significa invece esistere?

«Esistere, per il vivente in generale, significa che la vita non deve sempre servire a qualcosa; non è valutabile in nome della sua efficacia e capacità di produrre. Il vivere ha un suo proprio fine, ed esistere significa abitare questa complessità, riprenderci il nostro tempo biologico e culturale: tempi lunghi, non lineari, non assimilabili a quelli sempre più rapidi della macchina. L’esistere si manifesta soprattutto nella ricerca del senso di quello che facciamo, una domanda che nella macchina è inesistente».

Bisogna anche accettare che non tutto nelle nostre azioni sia spiegabile...

«Assolutamente. Ciascuno si arrangia come può con questo mistero; diverso dall’enigma, cioè da qualcosa che possiamo risolvere. Ci sono livelli di ineffabile che restano tali anche per la scienza: può capire come, ma non perché le cose funzionano. Dobbiamo sopportare questo nostro non sapere, che non è ignoranza».

Lei esorta ad «assumere il punto di vista del vivente»: ciò implica un superamento dell’antropocentrismo?

«Sì, ed è un passaggio difficile per molti. L’uscita da questa modalità iperproduttivista deve avvenire superando il nostro antropocentrismo occidentale. Dobbiamo assumere che noi umani non siamo il solo e unico soggetto, come affermava Cartesio; dobbiamo imparare a coabitare con le altre specie, con l’ecosistema. Questa è veramente la sfida».

In un libro recente, lei invita i giovani a trasformare l’insicurezza in «intranquillità»: qual è la differenza?

«L’ “intranquillità” è un modo di porsi davanti a un mondo complesso e pieno di sfide, ma che non fa solamente paura. L’insicurezza, invece, spinge sempre a cercare il capo che promette sicurezza, e a sacrificare in nome di essa la nostra libertà. Se si avverte solo insicurezza è molto difficile dire ai giovani “vieni al mondo”. Per contro, dire “vieni tranquillo, gioiosamente, curioso, attento” sviluppa una qualità necessaria per la vita: la capacità di amare la nostra epoca malgrado tutto».

Cercare la gioia pur sapendo di vivere nella precarietà...

«Sì, perché la precarietà può essere vista, ad esempio, come una sfida a condividere, a praticare una sobrietà gioiosa, non vissuta come una frustrazione. Non sentendosi intrappolati tra mille articoli di consumo senza i quali potremmo benissimo vivere».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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