Federico Buffa: «Racconto il fùtbol come un tango tra Cesarini, Sivori e Maradona»

Lo storyteller questa sera al Dis_Play Brixia Forum tra calciatori e migranti sull’asse Italia-Argentina
Federico Buffa
Federico Buffa

I protagonisti sono Renato Cesarini, Enrique Omar Sívori e Diego Armando Maradona. Nelle presentazioni dei media viene sovente citato Lionel Messi; ma il più forte calciatore degli anni Duemila in realtà non c’è, dentro «La milonga del fútbol», il nuovo spettacolo del formidabile storyteller Federico Buffa, in scena questa sera (venerdì 1 dicembre) al cittadino Teatro Dis_Play del Brixia Forum (in via Caprera 5, alle 21; biglietti da 25 a 40 euro; info su www.cipiesse-bs.it).

Non manca per disattenzione o in conseguenza di classifiche personali: il motivo, assai più semplice, è che l’otto volte Pallone d’Oro è un ragazzo del XXI secolo, mentre i tre fuoriclasse sopra citati appartengono al ‘900, ed è su quel periodo che si focalizza la narrazione di Buffa. Che non di solo calcio argomenta (perché non di solo calcio vive l’uomo), bensì di emigrazione sull’asse Italia-Argentina, di sentimenti, di storie di sport che integrano la vita, di emozioni indelebili legate al dribbling ubriacante e al gesto virtuoso come pure all’intuizione geniale fuori dal campo.

Abbiamo parlato con Buffa dello show, in cui lo affiancano il fedele Alessandro Nidi al piano e Mascia Foschi al canto.

Federico, perché milonga, nel titolo, e non tango, che immaginiamo simbolo dell’Argentina, mentre la prima è una danza popolare diffusa soprattutto nelle regioni del Rio de la Plata?

La domanda è pertinente, anche considerato che solo il brano iniziale della colonna sonora è davvero una milonga, mentre poi c’è tanto tango e parecchio blues, a cominciare dal «Maradona Blues» (che Claudio Gabis e Charly Garcia dedicarono a Diego negli anni 90, ndr). Ma ho pensato alla milonga come luogo (si chiamano così, genericamente, i locali dove si balla anche il tango, ndr) e anche per una questione di suono, perché mi piaceva l’associazione con «fútbol».

Cosa avevano in comune, Cesarini, Sívori e Maradona?

Erano tutti e tre oriundi italiani - compreso Maradona, per parte di madre, mentre il padre era un indio guaranì - e vinsero scudetti in Italia: cinque Cesarini e tre Sivori con la Juventus, due Maradona con il Napoli. Ma c’è anche un collegamento più emotivo: Cesarini scoprì Sivori e lo portò alla Juventus, in cui aveva giocato e allenato, e in cui tornò da dirigente; fu invece Sivori a consolare il diciassettenne Maradona, quando il commissario tecnico Menotti non lo convocò al Mundial casalingo del ‘78, nonostante che fosse il capocannoniere del campionato argentino.

Erano talenti ribelli, ciascuno a modo suo…

Cesarini, funambolico e amante della bella vita, addirittura cristallizzato in un modo di dire (la «zona Cesarini» è quella di chi segna agli sgoccioli di un match, ndr), è dal mio punto di vista il più affascinante e mi consente di parlare di emigrazione a cavallo tra Otto e Novecento, quando l’Argentina era una landa sterminata, con poco più di un milione di abitanti.

Sivori fu un giocoliere focoso e irriverente, il primo «pibe de oro», che deliziava i tifosi ai tempi del boom economico, e il cui soprannome fu poi rispolverato per il più grande di sempre, quel Maradona che fu idolo di un popolo che si rialzava dopo gli anni della dittatura. 

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