Enzo Miceli: «Penso a un progetto speciale per la “mia” Brescia»

Una vita nella musica, avendo quali orizzonti di riferimento la bellezza, l’originalità, la cultura. Palermitano di nascita, Enzo Miceli è bresciano d’elezione e, dopo aver vissuto a Brescia per lunghi periodi, in passato, ha ora deciso di stabilirvisi definitivamente, prendendo casa sui Ronchi.
Autore, compositore, musicista, arrangiatore e produttore, Miceli è la mente dietro il lancio, in principio di anni ’90, di Irene Fargo ed è alla base del duraturo successo di Daniele Silvestri. Per il cantautore romano si è cimentato anche come regista di videoclip, e se negli ultimi anni ha ridotto quantitativamente l’impegno produttivo (comunque in campo con Giuliodorme, Morgan e Bugo, tra gli altri), durante il lockdown ha assecondato una vena letteraria fino ad allora nascosta, debuttando con il romanzo «Pantarei». Abbiamo parlato con Miceli di esperienze e di progetti futuri.
Enzo: esordì negli anni ‘70 come cantautore, ma di quel periodo non ha mai parlato compiutamente. Perché?
Perché non era la mia vocazione, nonostante la passione per la musica: non ho mai sentito la necessità di essere al centro della scena, preferendo invece stare in cabina di regia, dietro le quinte. Da cantautore ho inciso 6 dischi, ma li hanno comprati giusto i miei genitori, i parenti e qualche amico...
C’è lei dietro il lancio di Irene Fargo, grande voce clarense, scomparsa nel 2022.
Conobbi Flavia Pozzaglio a Chiari: cantava in una polifonica, aveva talento per la lirica e voleva fare la cantante. Non era esattamente il mio campo, io ho un’anima rockettara: cercammo però di dare un’identità singolare al progetto e creammo un’immagine eterea per Flavia, che divenne Irene Fargo e anticipò il fenomeno Bocelli, che si sarebbe imposto di lì a poco, proprio all’insegna del belcanto.
Poi cominciò la feconda collaborazione con Daniele Silvestri, durata 16 anni e condita da 11 album, dal disco d’esordio eponimo fino alla raccolta «Monetine».
Avvenne per caso, dopo che avevo seguito Flavia in due Festival di Sanremo. Quello con Daniele è un rapporto importante e soddisfacente, fondato sul rispetto dei ruoli e su una stima reciproca dal punto di vista musicale. Anche molto dialettico, perché si discuteva non poco; ma sempre improntato alla chiarezza e corredato da un’amicizia che non è venuta meno neanche quando è finita la collaborazione artistica.
Perché è finita?
Perché entrambi avevamo dato il massimo, e quando succede questo bisogna saper dire basta.
C’è ancora voglia di musica, in Enzo Miceli?
Nessuno si inventa niente, noi siamo il risultato di tutta la musica che abbiamo ascoltato, come dei libri che abbiamo letto e dei film che abbiamo visto. Ciò detto, c’è ancora voglia di musica in me. Ma tutto è cambiato nel mondo discografico, e allora preferisco fare le cose che mi piacciono, lasciando stare il resto.
Qual è la sua idea di arte e cultura?
Per me arte e cultura non sono un lusso né qualcosa di superfluo, ma una necessità, perché nutrono e nobilitano. Andrebbero trattate di conseguenza, non svilendole.
Ha pubblicato un romanzo, un altro è in fase embrionale. Ha in mente anche progetti bresciani?
Progetti che riguardano la città, ma di respiro più ampio, attrattivi pure all’esterno. In effetti ho un’idea forte, legata alla contaminazione tra arti e ambiti culturali differenti, che mi piacerebbe presentare alle istituzioni, anche per restituire qualcosa a una città che sento mia.
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