«Quando in Jugoslavia nessuno era più comunista, ma tutti nazionalisti»

«Non avrebbe mai immaginato di sentire persone che parlavano la stessa lingua sfidarsi a vicenda con le armi in mano». Lo stupore di Nene, uno dei protagonisti del romanzo di Elvira Mujcic «La stagione che non c’era» (Guanda, 256 pp., 18 euro), è quello di chi scopre di stare ballando sul Titanic: nella Jugoslavia del 1990, l’anno in cui la storia è ambientata, sta per scoppiare una guerra scatenata dal risorgere di quei nazionalismi che la dittatura di Tito aveva cercato di reprimere. «Negli anni ’70 – racconta la scrittrice – il nazionalismo era punito con la prigione. Avendolo vietato, si pensava di averlo anche estirpato. Caduto il regime, si scoprì invece che nessuno era comunista, ma tutti nazionalisti».
La guerra scoppiata nel 1992 ha costretto anche lei, allora dodicenne, a lasciare Srebrenica con la famiglia. Abita in Italia da più di 20 anni, al conflitto ha dedicato molti libri. Presenterà «La stagione che non c’era» al Festival della Pace di Brescia domani, giovedì 20 novembre alle 20.30 nel complesso di San Cristo, in via Piamarta 9. È invitata da Nuova Libreria Rinascita, in collaborazione con Missione Oggi e ADL a Zavidovici; dialogherà con Agostino Zanotti e Thomas Bendinelli.
Elvira Mujcic, ha voluto raccontare una nazione sull’orlo del precipizio?
«Sono tornata su quella soglia per vedere come avvengono i grandi cambiamenti e come agiscono sulle vite delle persone comuni. Perché all’improvviso si può decidere di abbandonare un’idea, addirittura di tradirla per abbracciare la retorica nazionalista? È forse la grande ferita della mia vita, l’esserci ritrovati con un tessuto sociale interamente lacerato; in particolare in Bosnia, un Paese multietnico e multilinguistico dove ora nessuno tornando potrebbe trovare il mondo che conosceva».
I suoi personaggi – Merima, delusa dal Partito comunista a cui era iscritta, l’artista Nene, la bambina Eliza – vivono in modi diversi questo stato di precarietà.
«C’è un’infanzia che prova a trovare il suo posto nel mondo. Poi la visione di Merima, più politica e vicina alla mia, e quella di Nene che invece non pensa di poter incidere sul mondo, ma che l’arte possa raccoglierne i frantumi. Chi sopravvive a questi grandi eventi storici si ritrova spesso ad essere altro rispetto a prima: io e la mia famiglia siamo diventati “profughi”, “migranti”... una categoria sociale. In tutto quello che ho scritto, ho provato a restituire profondità umana a chi è salito sul palco della storia».
Le tensioni di allora si specchiano in quelle attuali?
«La fine della Jugoslavia è sempre stata raccontata a partire dall’inizio della guerra, come se prima non ci fosse stato nulla. Ciò rende il racconto parziale: si può pensare che queste cose accadano solo nei Balcani. Sono convinta da sempre che il problema dei nazionalismi sia universale. Più mi affacciavo su quel precipizio, più mi sembrava simile a quello sul quale si trova il resto del mondo in questo momento».
Merima parla della «fissazione di risalire alle radici» come di un «germe che vive in ogni casa», da debellare.
«Gli esseri umani sono alle prese con questo problema da ancor prima che si parlasse di nazionalismo. A un certo punto trascrivo il discorso dell’ultimo premier jugoslavo, Ante Markovic, che restituisce il mandato perché non accetta di “approvare un budget di guerra”: parole in cui risuonano i temi di cui parliamo oggi».
È anche descritta l’effervescenza artistica di quegli anni: il modo per ricordare una nazione viva nonostante tutto?
«Gli anni ’80 a Sarajevo sono stati molto punk, con performance artistiche in tutta la Jugoslavia. Volevo raccontare anche questo, perché l’arte e la cultura non sono sorelle minori della grande storia. Durante l’assedio di Sarajevo, un artista lanciò un appello firmandolo con questa frase: «Se cerchi l’inferno chiedi all’artista, se non trovi l’artista sei all’inferno». L’arte può essere questo, una mappa per capire quando stiamo andando all’inferno».
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