Edoardo Bennato: «Il rock? Per me è una sorta di religione»

Ha cominciato la carriera di musicista come one man band, cantando e suonando da solo chitarra, tamburello a pedale, armonica e kazoo, anche nella metropolitana di Londra. Senza dimenticare gli studi in architettura o la passione ardente per la pittura, Edoardo Bennato negli anni 70 ha scritto almeno un paio di capolavori (gli album «I buoni e i cattivi» e «Burattino senza fili»), replicando negli anni 80 («Sono solo canzonette»), quando riempiva gli stadi con il suo rock mediterraneo. Poi il percorso è stato più altalenante, comunque illuminato da notevoli intuizioni e uscite folgoranti.
Domenica 18 giugno Bennato torna in concerto a Brescia, per un evento collegato celebrazioni della Mille Miglia, in piazza della Loggia, alle 21.30 (posto a sedere non numerato a 35 euro, info qui). Abbiamo intervistato l’artista partenopeo.
L’ultimo disco contiene una meravigliosa title-track, «Non c’è», accolta più tiepidamente di quanto avrebbe meritato. Disattenzione del pubblico?
Tutto sommato l’album «Non c’è» non è andato male... almeno secondo i parametri attuali. Il problema sono i media, che dovrebbero fare in modo che le nuove generazioni possano ascoltare anche qualcosa di diverso... fosse pure per avere un’angolazione, un punto di vista differente.
Le canzonette di oggi hanno qualcosa in comune con quelle di cui cantava in un altro millennio?
Chi ha voglia di ascoltare noterà che esiste una sorta di fil rouge tra le canzoni passate e quelle del presente... forse anche del futuro... Finché avrò qualcosa da dire, continuerò a scrivere «canzonette».
Con affettuosa (auto)ironia ha preso in giro la figura del cantautore (nella quale immagino si riconoscesse), ma per anni è stato piuttosto il prototipo della rockstar, osannata nonché capace di attirare grandi folle...
Non credo ci sia contraddizione tra l’essere un cantautore e riempire gli stadi. Come dicevo nella canzonetta «Cantautore»: «Non li senti trattenere il respiro, quando sei lì in alto e cammini sul filo»...
Insomma, ironizzavo sul ruolo a cui gli altri avevano relegato chi, secondo l’etimologia della parola cantautore, canta da sé ciò che ha scritto.
Tuttora convinto che un artista ci debba mettere la faccia rispetto a ciò in cui crede, costi quel che costi?
«Non mettetemi alle strette/ E con quanto fiato ho in gola/ Vi urlerò: non c’è paura/ Ma che politica, che cultura/ Sono solo canzonette»...
Dopo «Un’estate italiana (Notti magiche)» per il Mundial ‘90, ha scritto l’inno per la vittoria del campionato di Serie A da parte del Napoli. A quali suggestioni si è abbandonato, per comporlo?
L’ho scritto soltanto per l’emozione che mi ha dato la vittoria della mia squadra... Sono da sempre tifoso del Napoli!
A Brescia porta in scena un live dichiaratamente rock & blues: le vie del rock sono tuttora infinite?
Per me il rock è una sorta di religione e dunque le sue vie erano, sono e saranno infinite!
Vede frutti attuali di quella straordinaria stagione che il «carabiniere» Cascone (tale appariva infatti, sulla copertina di «I buoni e i cattivi», il conduttore radiofonico Raffaele poi citato in «Venderò») indicava come il «rock del Mediterraneo» (da James Senese a Napoli Centrale, da lei agli Osanna) ?
A dire la verità, non ancora. Raffaele inonda di rock il Mediterraneo, ma ancora non vedo alternative al fatto che siamo noi a dover essere pronti a salpare, a cambiare modo di pensare... prima che il Mediterraneo inondi tutti noi.
C’è qualcosa che la lega a Brescia?
Quando frequentavo la facoltà di Architettura a Milano, mi capitava di fare frequenti gite a Brescia per la quantità di stili architettonici diversi presenti in tutta l’area urbana. In particolare, mi fermavo spesso proprio in piazza della Loggia, ad ammirare il Palazzo della Loggia.
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