Doninelli: «Conservare il passato o accettare la sfida che ci lancia?»

Giallo, noir, thriller? Sì, ma «Nero fiorentino» (Bompiani, 272 pagine, 18 euro, in libreria dal 30 agosto), l’ultimo romanzo di Luca Doninelli (lo scrittore di Leno che ha pubblicato più di trenta volumi tra grandi romanzi, saggi e libri per bambini), è molto di più di un intrigo colto tra misteri, corrotti e corruttori, frizzi ironici e premesse allarmanti che preludono all’omicidio.
Tutto ha inizio a Firenze nel 2010, quando il ritrovamento insperato di un antico reperto - le tavole del Brunelleschi relative allo studio della prospettiva unica - allerta autoritari poteri occulti...
Doninelli: lei racconta Firenze come una città d’arte che si scopre all’improvviso impreparata a un tale evento. È così?
Una città medio-piccola del continente sub asiatico si trova a fare i conti con un passato insostenibile. L’abitudine a crederci gli eredi legittimi del nostro passato ottunde la capacità di comprensione: ci sono musei, chiese, palazzi, collezioni d’arte, alberghi, ristoranti, airbnb... Ma basta che una piccola circostanza casuale riporti alla luce un altro pezzo di quel passato, e la città - noi tutti, in realtà - è costretta a rifare i conti con sé stessa. E i conti sono sempre drammatici.
L’impreparazione di Firenze ha un riferimento metaforico anche ad una certa inadeguatezza dell’Europa vista nell’ambito d’una difficile globalizzazione politica- culturale?
Certamente. «Nero fiorentino» è anche un romanzo sull’Europa. Il problema di Firenze è il problema dell’Europa. Avrei potuto ambientare il mio racconto a Vienna, a Parigi, forse anche a Londra. L’Europa dimostra di intrattenere col proprio passato un rapporto di tipo turistico, o peggio condominiale. A differenza dell’America (pensiamo a McCarthy, Robinson, Foster Wallace e tanti altri, anche vicinissimi a noi), abbiamo bandito come inopportuna, kitsch ogni dimensione metafisica o religiosa, soprattutto nella cultura. La nostra specialità, mentre le guerre ci trovano imbelli e ai migranti vengono sbattute le porte in faccia, è una sola: parlar d’altro.
I preziosi reperti finiscono nelle mani del professor Marcucci, un esperto d’arte, che scompare; ma delitti impensabili segnano Firenze, a cominciare da una donna potente come Loredana Fallai, la prima ad avere in mano i reperti. Perché questo delitto?
Il ritrovamento delle tavole del Brunelleschi (che qualcuno nega, peraltro) porta alla luce un tema cruciale. Conservare a oltranza un passato mirabolante o accettare la sfida che quel passato - che fu rivoluzionario, pochissimo conservatore - ci lancia? Il destino, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra, ci sfida. E quando il destino è in gioco, ecco i delitti. Qualcuno molto potente non vuole che si sappia nulla. Ma, se gli stupidi possono essere comprati, gli intelligenti vanno messi in condizione di non nuocere - anche se dispiace...
Passano quindici anni, dei reperti non si sa più niente, e un concorso per il completamento della facciata di San Lorenzo porta a Firenze famosi architetti, ma un altro delitto scuote la città: i fantasmi del passato ritornano in una lotta di potere mai interrotta? E si rifà vivo anche il prof. Marcucci...
Quindici anni di una vita diversa hanno fatto di Marcucci un altro uomo, se non fosse per una cosa, una sola. Le tavole del Brunelleschi possono segnare il destino di una città, ma il destino intimo, personale, quello che ci fa dire «ho vissuto per qualcosa» oppure «ho vissuto invano», è un’altra cosa. La lontananza rende evidente per lui questo problema, che dovrà cercare di risolvere anche a costo della vita. Ma per tanta gente i quindici anni non sono mai passati. Le chiacchiere sulle tavole (esistono/non esistono) non si sono mai placate, e anche l’iniziativa della facciata - niente più che un grande gioco - nasce da esse. Un altro delitto, molto simile (troppo simile) al primo scuote la città. Le ragioni sono le medesime, forse, ma i mandanti sono gli stessi? E poi: cos’è un mandante? Ci vuole un uomo in carne e ossa o basta un principio astratto, uno slogan?
Lucia, la sorella di una delle vittime, Maria Giovanna, la figlia della prima vittima, la Fallai, e una loro amica legata a una delle vittime, sondano l’intreccio di tanti misteri di politica e di potere che coinvolgono due generazioni: l’intuitività femminile, erede d’una grande saggezza muliebre?
C’è un evidente omaggio all’intelligenza femminile, meno astratta di quella maschile. Tre donne ferite nell’affetto mettono in gioco non solo l’intuito, ma anche il loro dolore, risolvendo l’enigma. Qui sta il punto centrale del libro: non esiste nessuna questione «culturale» che non sia, prima di tutto, una questione essenzialmente personale. In questo Michela Murgia, che Dio l’abbia in gloria, è stata un grande esempio per tutti, amici e nemici. La letteratura, l’arte, la conoscenza sono, letteralmente, questioni di vita o di morte. Il resto è accademia.
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