Cultura

Domenico Lusetti e il «Diario» sulla prigionia impossibile

Paolo Corsini introduce le pagine che lo scultore bresciano scrisse dal lager. Esce il libro integrale per Scholé di Morcelliana
Lo scultore Domenico Lusetti, bresciano di fama internazionale, è scomparso il 3 maggio 1971
Lo scultore Domenico Lusetti, bresciano di fama internazionale, è scomparso il 3 maggio 1971
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L’assillo della fame, le botte continue dei carcerieri, la paura, il freddo, la condanna a «una vita impossibile e fuori da ogni senso morale». «Siamo maltrattati, derisi e odiati: o meglio, soli, abbandonati».

È l’esperienza tragica narrata dallo scultore Domenico Lusetti (1908-1971), uno tra i maggiori artisti bresciani del ’900, nel suo «Diario della prigionia»: la cronaca del periodo di internamento vissuto, come prigioniero di guerra, nel "Lager XI-B" di Fallingbostel, nei pressi di Hannover, dal 13 settembre 1943 al 1º settembre 1945.

In quel campo, mentre «sentivamo che il meglio di noi se ne andava alla deriva», le umiliazioni non riuscirono tuttavia a spezzare la «resistenza senz’armi» dell’artista, e con lui degli oltre 600mila soldati italiani che, imprigionati in Germania, rifiutarono di combattere a fianco dei tedeschi. Il diario di Lusetti viene pubblicato in versione integrale da Scholé di Morcelliana (400 pagine, 29 euro) con un esauriente saggio introduttivo dello storico Paolo Corsini, già sindaco di Brescia, ex deputato e senatore, collaboratore del nostro Giornale. Corsini ripercorre la biografia dell’autore, chiarisce il contesto nel quale il diario vide la luce e ne evidenzia il valore storico, morale e politico.

Prof. Corsini, come è nata la pubblicazione?

Nel 2007 ricevetti dalla signora Ribelles Lorandi Lusetti il diario del marito nella versione dattiloscritta. I quaderni originali sono andati perduti, ma Lusetti aveva trascritto a macchina il diario corredandolo di 47 disegni relativi alla quotidianità del vissuto nel lager, anch’essi riprodotti nel libro. Le sollecitazioni di Roberto Gotti, un imprenditore che ama e colleziona le opere di Lusetti, mi hanno spinto a procedere alla pubblicazione integrale del diario, uscito nel 1967 in un’edizione incompleta e ormai introvabile.

Quale contributo porta il diario di Lusetti a quella "guerra della memoria" che lei delinea nell’introduzione?

Oggi è molto controverso il rapporto tra storia e memoria, e il diario è uno dei fattori della costituzione di una memoria pubblica. Nella dedica iniziale alla moglie, Lusetti definisce il suo scritto «un debito che le vecchie generazioni devono pagare a quelle nuove: metterle in guardia, cioè, col documento della storia, dalle facili illusioni, dalle pazze avventure, dai ciechi e fallaci ideali». E si augura che il libro possa esortare i giovani «ad amare la Libertà». Parole di un’attualità sconcertante, se si pensa a quanto avviene in questi giorni.

Cosa spinse gli internati militari italiani a resistere?

La loro fu una resistenza di sopravvivenza, da ascrivere a pieno titolo alla pagina della resistenza italiana ed europea. Moltissime le motivazioni: il senso della propria dignità, l’aver toccato con mano chi erano i tedeschi e come si comportavano, il desiderio di non ritornare in Italia a combattere contro altri italiani, la memoria - tramandata dai loro padri - della Prima guerra mondiale...

E Lusetti da quali motivazioni era guidato?

Fondamentale per lui, che non ha convinzioni politiche, è l’ispirazione religiosa. La sua spiritualità ritorna continuamente nelle pagine del diario. La fede cristiana gli fa capire come i suoi valori non siano compatibili con i disvalori nazisti e fascisti. Il fatto di venire a contatto con cittadini di ogni parte dell’Europa lo porta a sentirsi parte di quella civiltà che si contrappone all’anticiviltà nazifascista. Emergono la sua umanità e la capacità di empatia, anche nei confronti del nemico... Quando i tedeschi, dopo l’aprile 1945, si trovano sconfitti, nonostante lui abbia subìto da loro angherie e violenze, non è animato da volontà di rivalsa. Compie gesti di sostegno, aiutando soprattutto i bambini, perché ha capito che la liberazione sta nella prefigurazione di un mondo che ripudi la guerra e viva i valori della pace.

«I bombardamenti qui in Germania sono tremendi»: leggendo si capisce chiaramente cosa sia la guerra...

Le bombe su Berlino e Hannover, le privazioni, la morte dei civili... Il diario fa toccare con mano gli orrori e le tragedie della guerra, prodotta da un regime che l’aveva portata al suo estremo tecnologico, con un potere devastante di distruzione.

Lei osserva che il diario «trascende la pura dimensione della rivolta etica». Quali altri messaggi trasmette?

Assurge a messaggio di indubbio significato politico, se la politica non può prescindere da una visione, da un’idea dei rapporti tra quanti vivono in una società, dalla dedizione a una causa. La politica è anche passione che impegna a resistere, a non cedere. È il "no" che non si presta a rinunciare al valore in cui si crede.

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