Cultura

«Diserzioni», nuovo romanzo per lo scrittore bresciano Carlo Simoni

Nicola Rocchi
L’intreccio di tre esistenze e il tema della scrittura nello stile che mescola narrazione, diario, poesia: è uscito «Diserzioni»
Lo scrittore bresciano Carlo Simoni - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Lo scrittore bresciano Carlo Simoni - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
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Ci sono molti modi e molte ragioni per scomparire. I tre protagonisti di «Diserzioni», il nuovo romanzo del bresciano Carlo Simoni (Castelvecchi, 364 pp., 27 euro), scelgono di farlo «per non mancare la propria vita». L’autore ne parlerà oggi, venerdì, alle 18 nella Nuova Libreria Rinascita (via della Posta 7, Brescia), con letture di Daniele Squassina.

L’architetto Davide si isola progressivamente da colleghi e familiari; il libraio Cesare persegue il «desiderio di non essere nessuno»; tempo prima, suo zio Luigi è andato a vivere da solo in un ignoto paese di montagna. Le loro esistenze si incrociano in una narrazione ricca di echi letterari e giocata abilmente su molti registri, dal narrativo al diaristico, dall’epistolare al poetico.

Simoni, che “diserzioni” racconta nel romanzo?

Le si potrebbe definire “diserzioni sociali”, nel senso che i tre protagonisti, pur non essendo militanti delusi dalla politica o esponenti di un pensiero critico esplicito, senza far discorsi teorici né voler convincere nessuno fanno una scelta simile: quella di scomparire. Non per annullarsi, ma per realizzarsi, finché sono in tempo. Non per segnare una cesura nella propria vita, tale da negare il proprio passato, ma anzi per riprendere il filo che le vicende vissute, gli obiettivi rincorsi, le cadute nel conformismo avevano logorato, senza riuscire però a troncarlo.

Un dettaglio della copertina di Diserzioni
Un dettaglio della copertina di Diserzioni

Non si tratta, quindi, di vere e proprie fughe?

No. Scompaiono non per fuggire dagli altri, ma per incontrarli davvero, finalmente. Hanno constatato che l’identità che si forma nello scambio sociale non corrisponde a quella intuita al momento della scelta originaria che ciascuno abbozza nell’infanzia, precisa nell’adolescenza e consolida nella prima giovinezza riconoscendo il proprio demone, il proprio desiderio vero, quello che ci rende non eccezionali, ma unici.

Davide si chiede: «si può essere postumi rispetto a se stessi?»...

Nel suo caso, comportarsi da estraneo fra i familiari, ridurre fino a escludere la propria presenza nel suo studio professionale, gli dà il senso non di lasciarsi alle spalle la vita precedente, ma di poter finalmente sgravarsi del peso che si era caricato sin da giovane: la preoccupazione di essere qualcuno, di farsi largo nel mondo. Imbocca la strada che si augura lo porti - per usare le sue parole - a «ripulire il suo desiderio, quello vero, dalle incrostazioni che, con l’aria di realizzarlo, l’avevano invece sepolto», aprendo così la via a quel che ancora potrebbe essere.

Luigi scrive racconti su animali «spaesati». Come è nata questa idea?

Nel personaggio, dall’esperienza fatta vedendo gli animali di un circo trasportati su carri merci; in me, da un episodio narrato in un altro mio romanzo, «I tempi del mondo» - e qui ripreso - in cui una giraffa attraversa il Mediterraneo per arrivare a Parigi, dono, come per secoli si è usato, del pascià d’Egitto a re Carlo X. Lo “spaesamento” di questi animali mi è subito sembrato una metafora calzante in rapporto a quello di molti umani, i migranti costretti a lasciare il loro Paese, innanzitutto, ma anche quelli che storie travagliate e condizioni di vita rendono stranieri in patria.

La scoperta o il bisogno della scrittura legano tra loro le vite narrate. Perché si scrive?

Scrivere è per i protagonisti del romanzo dotarsi, o meglio: darsi l’autorizzazione ad adottare uno sguardo nuovo su di sé e il mondo, gli altri. Il nesso che in loro si stabilisce fra la scelta di scomparire e la pratica della scrittura estremizza un dato di fatto: non si scrive senza prendere una “giusta distanza”, senza sottrarsi in una certa misura alle relazioni sociali, e questo proprio al fine di istituirne di nuove, meno convenzionali.

Forse i tempi in cui viviamo fanno venire a molti la voglia di sparire…

Indubbiamente, ma occorre aver presente che questo romanzo l’ho iniziato una decina d’anni fa, è rimasto a decantare, l’ho ripreso l’anno scorso e sì, in effetti ho avuto l’impressione che avesse a che fare con i tempi che da qualche anno ci troviamo a vivere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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