Di cosa parla «L’età fragile», il libro vincitore del Premio Strega 2024

È l’età fragile, quella in cui sentimenti e tensioni si scontrano con la realtà di ogni giorno rigando lo specchio sul quale proiettiamo speranze, sogni, ambizioni, sconfitte e delusioni?
In «L’età fragile» (Einaudi, 192 pagine, 18 euro; ebook 9,99 euro), libro vincitore del Premio Strega 2024, Donatella Di Pietrantonio affronta con lucidità e saggezza i tanti problemi giovanili e gli scarti dolorosi degli amori delusi, che talvolta si concludono con un omicidio. Una minaccia che bivacca da un capitolo all’altro di questo appassionante romanzo, e crea una tensione assimilabile a quella di un thriller.
Le tre ragazze che spariscono da un campeggio in Abruzzo, al Dente del Lupo, e tutti i pastori dell’Appennino che le cercano, non sono solo il segnale di un malessere che conferma tra i giovani insoddisfazioni e desideri, tendenze e incomprensioni che scambiano per voglia di vita: sono inesperienza, smarrimento mascherato da efficientismo, ai quali qualcuno guarda con bramosia, per abusare e per reprimere.
«Non saprei dire qual è l’età fragile per eccellenza, o quella più difficile – afferma la scrittrice, premio Campiello nel 2017 per «L’Arminuta» –, perché ogni fase della vita è esposta all’inciampo, alla caduta, alla sofferenza. È un complesso di fattori esterni, che non siamo noi a decidere e che non possiamo controllare, ma anche interni: amiamo e sbagliamo a tutte le età, e il male può insorgere in qualunque momento».
La voce narrante
Lucia, voce narrante, è una fisioterapista che ha conquistato la sua autonomia, ma si sente sconfitta come moglie e come madre: è separata dal marito e la figlia Amanda, abbandonati gli studi e tornata a casa cambiata e poco disponibile al confronto e alle spiegazioni. La situazione riporta Lucia alla sua giovinezza, al rapporto con i genitori, soprattutto con il padre rude e autoritario, alla sua amica Doralice e alle due ragazze modenesi scomparse sui monti con lei trent’anni prima, durante una gita alla quale anche lei doveva partecipare, ma poi aveva rinunciato. Da allora si è considerata una sopravvissuta, e i ricordi, che alimentano rimorsi, cercano di far luce su tanti fatti oscuri, che creano tensioni, e s’interroga sul perché si uccide, quali offese o torti subiti si vuole vendicare.
«C’è sicuramente una forte fragilità dell’identità nel senso dell’io di molte persone – premette l’autrice – e quindi delitti frequenti come i femminicidi, a volte, sono la risposta a una totale dipendenza da quella che si ritiene la relazione più importante della vita. E nel momento in cui quella relazione viene a mancare per libera scelta dell’altra parte, saltano i riferimenti, ogni capacità di contenersi».

Le violenze che racconta nel romanzo, sono accadute realmente?
Mi sono ispirata ad un episodio di cronaca accaduto molti anni fa in Abruzzo, ma è stato solo per mostrare quanto certe violenze che accadono in una comunità piccola, isolata, chiusa, vadano poi a confluire in una specie di rancore collettivo, che arma delusi, irritati e scontenti. Sono nata, cresciuta e vivo in un luogo dell’Italia interna, l’Abruzzo, in cui resiste anche una sorta di mito delle comunità avvitate su se stesse, per cui siamo isolati, lontani da tutto, ci mancano tante cose: ma siamo buoni, solidali, uniti, abbiamo la natura, aria buona, cibo genuino e, quindi, non può accadere nulla di male.
Invece?
Anche la vita vissuta in un luogo protetto e protettivo spesso ha degli scossoni. E quando accade l’impensabile, la difesa è la rimozione, perché ci si vergogna, e l’immagine che si ha di se stessi come comunità, è annullata. E se la rimozione collettiva è un nodo mai sciolto come accade nel romanzo, a distanza di molto tempo, si può sentire l’esigenza di riportare a galla quel rimorso, e finalmente elaborarlo, dargli un senso, un nome.
Per questo Lucia è oppressa dai sensi di colpa?
Quando qualcosa non funziona, o un figlio si blocca nel percorso di vita, è naturale che un genitore si interroghi su ciò che ha dato e sulle fragilità dei figli, cercando di capire se queste fragilità le abbiamo indotte noi genitori, se dipendono dalla nostra azione educativa. Ma anche questa è una generalizzazione, perché non è detto che tutti i genitori abbiano un atteggiamento di autocritica.
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