Cultura

Dall’Nba al romanticismo extraterrestre: cosa leggere in aprile

I libri consigliati per questo mese dalle giornaliste e dai giornalisti della redazione: ci sono T.J. Klune (quello de «La casa sul mare celeste»), Sergio Tavčar e l’ultimo di Dario Ferrari, ma non solo
Il bookclub di aprile
Il bookclub di aprile
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Le proposte di lettura di questo mese attraversano generi e registri diversi, tra narrativa contemporanea, memoir e nuove uscite italiane. Ma anche classici dell’infanzia. Nella selezione delle giornaliste e dei giornalisti della redazione tornano nomi già amati dal pubblico, come T.J. Klune, autore di «La casa sul mare celeste», accanto a voci autorevoli del panorama italiano come Sergio Tavčar e Dario Ferrari, che potrebbe puntare a un altro caso letterario dopo «La ricreazione è finita». Ecco cosa leggere in questo inizio di primavera.

«Le ossa sotto la pelle»

Di T.J. Klune

(Traduzione di Claudia Milani, Mondadori, 2026, 408 pagine, 19 euro)

La copertina di Le ossa sotto la pelle
La copertina di Le ossa sotto la pelle

Le ossa sotto la pelle sono ciò che ci rende umani. Quantomeno dal punto di vista di un’entità aliena in forma gassosa che può sopravvivere sul nostro pianeta solamente colonizzando un altro corpo. È ciò che accade ad Artemis Darth Vader, principessa extraterrestre che si perde sulla Terra e finisce catturata e imprigionata in una segretissima struttura militare, dove per decenni è oggetto di esperimenti e studi. Finché incontra Alex Delgado, marine spezzato da un tragico passato ed oggetto di un ennesimo, crudelissimo, test. Sarà lui a liberarla, rischiando la vita, con l’obiettivo di aiutarla a ritornare a casa. È in una baita nei boschi dell’Oregon che li incontra Nathaniel Cartwright, giornalista sradicato dalla quotidianità e da se stesso dal licenziamento e due terribili lutti. I tre si imbarcheranno in una fuga a tinte noir fino ad all’inevitabile, sorprendente epilogo.

È in sintesi minima la trama di «Le ossa sotto la pelle», l’ultimo romanzo di TJ Klune ad essere pubblicato in Italia, per gli Oscar Mondadori, lo scorso febbraio. Il romanzo sembra strizzare furbescamente l’occhio a «Stranger things», quantomeno nelle sequenze da action movie e per i poteri della piccola Art, che con le mani tese fa saltare in aria veicoli militari ed elicotteri (vi ricorda qualcosa?). Eppure si tratta di un lavoro antecedente dello scrittore fantasy per eccellenza, che per di più lo ha pubblicato a suo spese nel 2018 dopo l’ennesimo rifiuto delle case editrici.

Non lasciatevi però trarre in inganno dal sottesto alla Mulder & Scully, il romanzo di TJ Klune è in primis un romanzo d’amore e non necessariamente romantico. Certo, c’è l’inevitabile innamoramento fra Alex e Nate, elemento ricorrente di questo scrittore dichiaratamente queer, che traduce in letteratura suo attivismo. Ma c’è l’amore che si genera fra un padre e una figlia, seppur non biologicamente legati. Ma amore è anche quello dilaniante per chi non c’è più, così come per le versioni di noi stessi che sono state ferite o che abbiamo abbandonato per strada. Perché in fondo, come dice Artemis, non c’è niente di più umano di un cuore spezzato. E un cuore spezzato è un cuore che, inevitabilmente, ha amato.

Ilaria Rossi, redattrice Cultura

«C’era una volta l’Nba»

Di Sergio Tavčar

(Bee, 2026, 160 pagine, 17 euro)

La copertina di C'era una volta l'Nba
La copertina di C'era una volta l'Nba

Un amore nato davanti ai miti del parquet e diventato, con il tempo, uno sguardo sempre più critico. In «C’era una volta l’Nba», il nuovo libro di Sergio Tavčar, il giornalista sportivo attraversa quarant’anni di pallacanestro americana per raccontarne grandezze, contraddizioni e trasformazioni. Non è una semplice operazione nostalgia. Il volume intreccia memoria personale, analisi storica e riflessione culturale, restituendo il ritratto di uno sport che, inseguendo spettacolo e mercato, avrebbe progressivamente smarrito, secondo l’autore, gioco, tecnica e identità.

Il momento più basso è quello attuale, osserva Tavčar, e la vera domanda è se «si renderanno conto che sarebbe ora di invertire la rotta per ricominciare a giocare nuovamente a basket». Nel racconto emergono le figure che hanno segnato l’immaginario collettivo, da Magic Johnson e Larry Bird fino a Michael Jordan, simbolo assoluto del vertice tecnico ed espressivo del gioco ma anche, paradossalmente, dell’inizio di una nuova fase. Tavčar individua negli anni Ottanta e Novanta l’età dell’oro della lega americana, quando generazioni diverse di campioni si sovrapposero dando vita a un equilibrio ritenuto oggi irripetibile, culminato nel Dream Team di Barcellona 1992. Il libro affronta anche temi che vanno oltre il campo: il rapporto tra sport e società, la questione razziale, il peso crescente del marketing e la trasformazione del basket da disciplina legata al mondo universitario a spettacolo globale. Un cambiamento che, nello sguardo controcorrente dell’autore, riflette le evoluzioni – e le contraddizioni – della stessa società statunitense.

Giornalista e telecronista dal 1971, Tavčar è considerato una delle voci più autorevoli e indipendenti del panorama sportivo italiano. Conosciuto dal grande pubblico già negli anni Settanta grazie alla diffusione delle cronache di Telecapodistria e diventato poi popolare negli anni Ottanta accanto a Dan Peterson, ha sempre sostenuto una visione del basket fondata sulla tecnica e sull’intelligenza di gioco, anticipando già negli anni Novanta un possibile calo del livello della Nba. Con «C’era una volta l’Nba» propone oggi un saggio appassionato e provocatorio, capace di parlare non solo agli appassionati di pallacanestro ma anche a chi è interessato a comprendere come lo sport possa diventare uno specchio dei cambiamenti culturali e sociali contemporanei.

Marco Tedoldi, redattore Cronaca

«La rotta per Lepanto»

Di Paolo Rumiz

(Bottega errante edizioni, 2024, 145 pagine, 16 euro, ebook 10,99 euro)

La copertina di La rotta per Lepanto
La copertina di La rotta per Lepanto

A Lepanto non successe nulla. Non quel 7 ottobre 1571, data della battaglia che piuttosto impropriamente porta il nome della cittadina alle porte del Peloponneso. L’epico scontro fra le galee della Lega Santa (Venezia, Spagna e Papato uniti) e la flotta ottomana avvenne infatti in acque più prossime a Patrasso (da cui anche l’espressione «andare a Patrasso» usata per evocare un imminente sfacelo). Tutto ciò poco rileva, tuttavia, stante anche la modesta distanza tra le due località affacciate sull’Egeo, nell’affrontare il viaggio, storico oltre che inevitabilmente geografico, ripercorso da Paolo Rumiz lungo, appunto, «La rotta per Lepanto».

Non solo reportage, né un semplice diario di bordo, quanto piuttosto la rilettura à rebours delle connessioni che il Mediterraneo – e in particolare quell’Adriatico che per la Serenissima fu quasi un gigantesco golfo privato – rese feconde attraverso i secoli fra Venezia, l’Oriente e il mondo islamico in particolare. Un intreccio in cui è difficile tracciare confini netti. Lo scrittore naviga, rigorosamente a vela, dall’Arsenale di Venezia alla Grecia, costeggiando le terre di Istria e Dalmazia e svelandone le radici culturali, attraverso nomi e storie, in un’afosa estate carica di luce e profumi assortiti. A Sebenico (oggi Croazia) Niccolò Tommaseo elaborò il primo vocabolario della lingua italiana, mentre la gutturalissima Krk si scopre avere un nome di antico conio latino. E così marinai dalmati (Schiavoni, si sarebbero detti un tempo) hanno nel loro intercalare espressioni che non stonerebbero in piazza San Marco, mentre la cucina di terra, balcanica, evoca la presenza antica del Turco.

Man mano che dal Quarnaro si scivola, passando per Montenegro e Albania, verso Corfù e verso la più grande battaglia navale di cui si abbia memoria (vi presero parte oltre 500 fra galee, galeazze e imbarcazioni minori per oltre 85mila uomini), i confini della storia si fanno più labili, fra capitani ottomani nati nelle Calabrie e veneziani che in fondo, nonostante la perdita di Cipro, riservarono in casa propria una sede istituzionale ai mercanti di Istanbul (il Fondaco dei Turchi, in precedenza, tra l’altro, appartenuto al vescovo bresciano Altobello Averoldi). Restituzione di un viaggio risalente al 2004, l’opera – scritta in presa diretta da un io narrante raffinato e mai pedante – appare a distanza di oltre vent’anni di assoluta attualità e ci racconta, in un tempo segnato dalle guerre e da grandi contrapposizioni geopolitiche, come in realtà le nostre radici mediterranee siano vicendevolmente debitrici e meritevoli di ripensare il rapporto tra Oriente e Occidente.

Gianluca Gallinari, caporedattore

«Il giardino segreto»

Di Frances H. Burnett

La copertina di Il giardino segreto
La copertina di Il giardino segreto

«Il giardino segreto» è un racconto dolce e delicato che esplora le conseguenze profonde dell’amore negato e il lento, sorprendente ritorno alla vita di due bambini grazie alla forza dell’amicizia e alla riscoperta della meraviglia nelle piccole cose quotidiane.
Mary e Colin, entrambi privati per motivi diversi dell’affetto genitoriale, crescono fragili, pallidi e chiusi in sé stessi. Incapaci di amare e di sentirsi amati, sembrano destinati a un’esistenza priva di slancio, finché l’incontro con un ragazzo fuori dal comune apre loro le porte di un universo nuovo, fatto di pettirossi, corvi e vegetazione rigogliosa.
È la scoperta di un giardino nascosto, da curare e proteggere, a segnare la svolta: uno spazio simbolico e reale che cambia il destino dei due protagonisti. Il romanzo si distingue per la sua capacità di trasmettere un messaggio luminoso, intriso di colore e speranza. Al centro, oltre all’amore per la natura, emerge con forza il valore trasformativo dell’amicizia. Mary, inizialmente segnata da un carattere ostile, evolve fino a diventare una presenza positiva, capace di aiutare gli altri e di cambiare non solo sé stessa, ma anche chi le sta accanto.
È una storia capace di riportare alla luce la meraviglia delle cose semplici e quel legame autentico con la natura che troppo spesso si perde nel tempo.

Anna Colonghi, redattrice Teletutto

«L’idiota di famiglia»

Di Dario Ferrari

(2026, Sellerio, pagg. 528, 18 euro, e-book 11,99 euro)

La copertina di L'idiota di famiglia
La copertina di L'idiota di famiglia

Torna Dario Ferrari e col suo secondo romanzo conferma la non comune capacità di portare il lettore dove vuole, in un soffio lungo 528 pagine. All’inizio di «L’idiota di famiglia» si può avere l’impressione del deja vu: come in «La ricreazione è finita», il protagonista-io narrante è un giovane uomo già di belle speranze che fa i conti con una vita diversa da come se l’aspettava (mentre quella della fidanzata conosce un inatteso successo); come nel romanzo d’esordio, poi, al tempo presente della narrazione s’intreccia un passato che viene fuori dalla ricostruzione di un testo.

Questa volta, però, il testo esiste davvero (pur nella finzione), non come la «Fantasima» di Tito Sella, e ha un valore non solo storico-politico, ma soprattutto affettivo. E il romanzo, prima che generazionale e politico, è famigliare (del resto lo stesso titolo lo suggerisce, così come richiama il fondamentale riferimento a Dostoevskij), con il racconto centrale di un rapporto padre-figlio segnato da incomprensioni, da un lutto e da una malattia, la demenza senile, che stravolge il rapporto ma non lo risolve. Per fortuna, viene da dire, perché Ferrari esercita con sapienza un’ironia che lo rende immune da qualsiasi patetismo e però non impedisce al lettore di commuoversi in un finale cha dà ragione di tutto.

Nelle pagine di «L’idiota di famiglia» giganteggia la figura del padre-Herr Professor, intellettuale rigorosissimo e di nascosto autore di quell’«Indifeso fervore» dedicato alle Tre giornate del 1920, ovvero al sogno di realizzare il socialismo i Versilia, ritrovato dal figlio; ma ci si affeziona anche ad altri personaggi – prima tra tutti Ester, la sorella squinternata e amabile – attraverso cui Ferrari trova il modo di toccare molti temi e dunque molti lettori, anche diversissimi tra loro. Il che rende possibile il bis rispetto al caso letterario di «La ricreazione è finita».

Francesca Sandrini, vicecaposervizio Cronaca

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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