Alla Mostra irrompe la Guerra Fredda. O, meglio, una sua versione aggiornata, e con essa la minaccia atomica, amplificata in maniera esponenziale rispetto al passato. A portare il cinema ad un altro livello è Kathryn Bigelow, regista che mette adrenalina e qualità in ogni suo film, sia che giri crime mozzafiato («Point Break», «Strange Days») o war-movie da Oscar («The Hurt Locker», «Zero Dark Thirty»). Oppure costruisca – ed è il caso di «A House of Dynamite» (Una casa piena di dinamite), produzione targata Netflix con la quale è per la quarta volta in corsa per il Leone d’Oro – un thriller politico in cui gli Stati Uniti fronteggiano un attacco nucleare di cui non riescono a decifrare la provenienza. Così che i vertici valutano la possibilità di una risposta al buio, e a pioggia, per colpire ogni nemico possibile prima che possa raggiungere ulteriori obiettivi, anche se questo significa guerra totale.
La vicenda
L’intreccio scritto da Noah Oppenheim (già presidente della NBC News, che proprio al Lido ottenne il premio per la miglior sceneggiatura nel 2016, con «Jackie» di Pablo Larraín) prevede che la situazione di crisi fronteggiata dal Pentagono sia osservata da molte prospettive diverse, e quindi da protagonisti che hanno ruoli e responsabilità differenti (funzionari e militari di vario grado, ministri e politici, il presidente). Per questo la narrazione è multifocale, senza un baricentro vero e proprio, anche se raggruppata in tre grossi blocchi narrativi (i cui titoli sono strepitose metafore, come anche il titolo del film), che la regia di Bigelow lega con maestria assoluta, facendo emergere il ruolo del caso e del fattore umano quali variabili che inceppano anche protocolli apparentemente infallibili, e possono determinare conseguenze senza ritorno per l’umanità.



