Cinema

Alla Mostra del Cinema di Venezia arriva la guerra fredda

Enrico Danesi
Kathryn Bigelow con «A House of Dynamite» denuncia l’escalation nucleare nel pianeta
Kathryn Bigelow - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Kathryn Bigelow - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Alla Mostra irrompe la Guerra Fredda. O, meglio, una sua versione aggiornata, e con essa la minaccia atomica, amplificata in maniera esponenziale rispetto al passato. A portare il cinema ad un altro livello è Kathryn Bigelow, regista che mette adrenalina e qualità in ogni suo film, sia che giri crime mozzafiato («Point Break», «Strange Days») o war-movie da Oscar («The Hurt Locker», «Zero Dark Thirty»). Oppure costruisca – ed è il caso di «A House of Dynamite» (Una casa piena di dinamite), produzione targata Netflix con la quale è per la quarta volta in corsa per il Leone d’Oro – un thriller politico in cui gli Stati Uniti fronteggiano un attacco nucleare di cui non riescono a decifrare la provenienza. Così che i vertici valutano la possibilità di una risposta al buio, e a pioggia, per colpire ogni nemico possibile prima che possa raggiungere ulteriori obiettivi, anche se questo significa guerra totale.

La vicenda

L’intreccio scritto da Noah Oppenheim (già presidente della NBC News, che proprio al Lido ottenne il premio per la miglior sceneggiatura nel 2016, con «Jackie» di Pablo Larraín) prevede che la situazione di crisi fronteggiata dal Pentagono sia osservata da molte prospettive diverse, e quindi da protagonisti che hanno ruoli e responsabilità differenti (funzionari e militari di vario grado, ministri e politici, il presidente). Per questo la narrazione è multifocale, senza un baricentro vero e proprio, anche se raggruppata in tre grossi blocchi narrativi (i cui titoli sono strepitose metafore, come anche il titolo del film), che la regia di Bigelow lega con maestria assoluta, facendo emergere il ruolo del caso e del fattore umano quali variabili che inceppano anche protocolli apparentemente infallibili, e possono determinare conseguenze senza ritorno per l’umanità.

Alla stampa, la regista californiana ha spiegato: «È una questione globale: stiamo davvero vivendo in una casa piena di dinamite, che potrebbe esplodere da un momento all’altro». Ascoltandola, sovviene che i membri dell’unità di crisi ricordano che nel 1983 i sovietici scambiarono uno stormo di uccelli per un missile e paiono augurarsi lo stesso; ma quando l’impatto si avvicina, sui loro volti si legge smarrimento, per l’assenza di un piano B e allora riaffiorano le immagini di uno dei (tanti) capolavori di Kubrick, «Il dottore Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba».

L’appello

Ma Bigelow non scherza e rincara la dose: «Come possiamo chiamare tutto ciò difesa, se l’inevitabile risultato è la distruzione totale? Il mio film affronta questo paradosso, esplorando la follia di un mondo che vive sulla soglia dell’annientamento, eppure ne parla di rado». Infine lancia un appello: «Il messaggio sotteso al film è che si deve arrivare a una discussione sulla non proliferazione delle armi nucleari, se vogliamo sopravvivere». Chiude lo sceneggiatore Oppenheim (al cui cognome manca curiosamente una sillaba per avere quello del padre dell’atomica), rammentando alla platea inquieta che «nove paesi hanno il nucleare, e una sola persona può autorizzarne l’uso: se questo non vuol dire vivere in un mondo instabile…». Non è solo cinema, purtroppo.

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