Lupin III torna nelle sale: la storia del ladro che non passa mai di moda

Arriva nelle sale italiane l’11 dicembre «Lupin the IIIrd – La stirpe immortale», nuovo lungometraggio animato diretto da Takeshi Koike che riporta il celebre ladro gentiluomo sul grande schermo in animazione tradizionale 2D dopo quasi trent’anni. Il film, prodotto da Tms Entertainment e distribuito in Italia da Anime Factory/Plaion Pictures, è presentato come capitolo conclusivo dell’universo «Lupin the IIIrd»” inaugurato da Koike nel 2014 con «La lapide di Jigen Daisuke» e proseguito negli anni successivi con «Goemon Ishikawa – Il sangue di Goemon» e «La bugia di Fujiko Mine».
La trama
La nuova avventura parte da un presupposto classico: la voce di un leggendario tesoro nascosto su un’isola che non compare su alcuna mappa. Lupin organizza l’ennesimo colpo impossibile e si imbarca con Jigen, Goemon e Fujiko, ma l’aereo viene abbattuto e la banda si ritrova bloccata su un’isola spettrale in mezzo all’oceano, con l’immancabile ispettore Zenigata alle calcagna. Ben presto diventa chiaro che il luogo non è deserto: tra la nebbia tossica che avvolge ogni cosa si muovono vecchi antagonisti, reduci dagli scontri nella misteriosa Unione Lovietica, e soprattutto Muom, creatura immortale decisa a rifondare il mondo dalle sue ceneri.
Lupin ha soltanto 24 ore per sopravvivere e fermare un nemico che non può essere ucciso, in un intreccio che segna anche il ritorno di Mamo, storico villain introdotto nel primo film cinematografico della saga, «La pietra della saggezza» del 1978, qui rielaborato come figura maledetta e megalomane.
Per capire perché questo ritorno al cinema abbia un peso particolare, bisogna guardare alla storia del personaggio. Lupin III nasce sulle pagine di Weekly Manga Action nel 1967: il manga di Monkey Punch (pseudonimo dell’atuore giapponese Kazuhiko Katō) pubblicato dalla casa editrice Shogakukan, si è sviluppato in 15 volumi fino al 1972 ed è stato pensato per un pubblico seinen, quindi adulto. Lupin è il nipote del ladro gentiluomo Arsène Lupin creato da Maurice Leblanc: ne ha ereditato il fascino e il gusto per il colpo impossibile, ma Monkey Punch lo ha spinto verso toni molto più cinici e amorali. Nelle tavole originali il protagonista non ha mai avuto remore a uccidere i nemici e intrattiene relazioni esplicite con numerose donne, un tratto che ha reso il fumetto rapidamente un cult in Giappone e lo ha differenzaito nettamente dall’immagine, più addomesticata, che verrà poi costruita dall’animazione televisiva.
L’anime
Dal manga nascono infatti, a partire dal 1971, le serie animate. La prima, «Le avventure di Lupin III», è andata in onda in Giappone tra il 24 ottobre 1971 e il 26 marzo 1972 ed è considerata uno dei primi anime pensati apertamente per un pubblico adulto, con attenzione ai dettagli di armi, veicoli e scenari urbani. In Italia è arrivata nel 1979 sulle televisioni locali, per poi essere replicata più volte e approdare, in versioni via via rimaneggiate, su reti nazionali: è in questo percorso di repliche che il personaggio si radica nell’immaginario di diverse generazioni di spettatori. Attorno a Lupin si è consolidato da subito la banda che tutti conoscono: il pistolero Daisuke Jigen, il samurai Goemon Ishikawa XIII, la femme fatale Fujiko Mine e l’ostinato ispettore Zenigata, il cui inseguimento infinito è parte integrante del fascino della serie.

Nei decenni successivi il franchise si espande in ogni direzione: nuove serie televisive, speciali per la tv, film per il cinema, OAV (Original Anime Video, ovvero produzioni animate giapponesesi rilasciate direttamente per il mercato home video), crossover e perfino produzioni live action. L’universo animato attraversa epoche e stili, dal segno più «cartoon» delle serie anni Ottanta alle sperimentazioni noir di progetti recenti come «La donna chiamata Fujiko Mine» e, appunto, il ciclo diretto da Koike, senza dimenticare il caposaldo cinematografico «Il castello di Cagliostro» di Hayao Miyazaki del 1979, che ha contribuito a definire per sempre l’immaginario del personaggio. Allo stesso tempo, l’editoria italiana ha recuperato il manga originale, lo ha pubblicato per la prima volta nei primi anni Duemila e poi ristampato in diverse edizioni, fino alle antologie recenti dedicate ai «grandi colpi» di Lupin.
Il rapporto con l’Italia è uno dei capitoli più curiosi di questa storia. Diversi approfondimenti critici ricordano come Lupin III, dopo il debutto televisivo del 1979, sia diventato da noi un vero fenomeno generazionale, capace di fare da ponte tra cultura giapponese e gusto europeo grazie alle ambientazioni cosmopolite, all’umorismo e alla colonna sonora jazz di Yūji Ōno. A rafforzare questo legame ci sono simboli molto concreti: la celebre Fiat 500 gialla che Lupin guida in «Il castello di Cagliostro» e in molte altre apparizioni non è una scelta casuale. Gli animatori Yasuo Ōtsuka e Hayao Miyazaki, la 500 – spesso gialla nelle opere successive – hanno sostituito la più ingombrante Mercedes SSK e reso questa la vettura «ufficiale» della banda, contribuendo a radicare l’immaginario della serie nel paesaggio italiano.
Questo rapporto privilegiato è stato sancito nel 2015 da «Lupin III – L’avventura italiana», quarta serie televisiva composta da 26 episodi e ambientata tra Italia, San Marino e Francia. Prodotta sempre da TMS Entertainment e animata da Telecom Animation Film, la serie è stata trasmessa in anteprima mondiale su Italia 1 tra agosto e novembre 2015, con Lupin in giacca blu protagonista di colpi che attraversano il nostro territorio e introducono il personaggio della miliardaria sanmarinese Rebecca Rossellini. È un caso raro in cui un’icona dell’animazione giapponese viene consegnata prima al pubblico italiano che a quello giapponese, confermando quanto forte sia la presa del ladro gentiluomo nel nostro Paese.

Accanto a questi elementi storici, non mancano le curiosità. Oltre alle differenze di tono tra manga e anime – con il fumetto molto più esplicito e violento rispetto alle versioni televisive – vale la pena sottolineare come la prima serie abbia influenzato autori successivi quali Shin’ichirō Watanabe, regista di «Cowboy Bebop», e come lo stesso Monkey Punch considerasse quella stagione la più vicina allo spirito originale del suo personaggio. Nel frattempo, nuove serie andate in onda in occasione del cinquantesimo anniversario dell’anime hanno confermato la vitalità di un marchio che continua ad aggiornarsi senza rinnegare le proprie radici.
In questo contesto, «Lupin the IIIrd – The Movie: La stirpe immortale» si segnala per due motivi: da un lato è un omaggio alla storia del personaggio, riportato in sala in 2D, richiamando il primo grande antagonista cinematografico e chiudendo l’arco narrativo che Koike ha costruito negli ultimi anni; dall’altro è una porta d’ingresso per chi, magari cresciuto con le repliche televisive o con «L’avventura italiana», vuole scoprire un Lupin più cupo, sensuale e pericoloso. Tra tesori impossibili, isole fuori dalle mappe e nemici immortali, il nuovo film riannoda mezzo secolo di avventure e conferma perché, ancora oggi, il ladro in giacca colorata continua a parlare al pubblico italiano.
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