Andrea Corsini: «Nel mio horror “Ferine” c’è la nostra anima animale»

Sta finalmente per arrivare il momento di «Ferine», l’atteso lungometraggio d’esordio del regista bresciano Andrea Corsini, prodotto da Edi - Effetti Digitali Italiani in associazione con Adler Entertainment (che lo distribuirà nel nostro Paese), FilmAffair e Omdt. Un’opera prima con lo stesso titolo del corto che Corsini presentò nel 2019 alla Settimana della Critica, nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia (e che poi raccolse decine di premi in festival di vari continenti), del quale tecnicamente rappresenta un’espansione: sarà presentato giovedì 4 dicembre in anteprima mondiale al 35º Noir In Festival di Milano, unico italiano del concorso internazionale, per poi uscire nelle sale in primavera. Racconta di Irene (Carolyn Bracken), raffinata collezionista d’arte, la quale vede la propria vita sconvolta da un evento tragico, che risveglia in lei incontrollabili istinti primordiali, facendo sì che la nuova natura prenda il sopravvento sul suo mondo. E dell’incontro con Dama (Caroline Goodall), misteriosa trafficante di predatori esotici, sulle tracce di un animale in fuga.

Abbiamo parlato con Corsini (anche sceneggiatore, insieme a Massimo Vavassori) di un film che - girato tra Piemonte e Milano - insiste sul conflitto tra la parte razionale e quella animale della nostra natura, riflettendo su come un trauma possa far affiorare le ombre profonde dell’animo umano.
Andrea Corsini, come si pone «Ferine» rispetto al cortometraggio con lo stesso titolo?
Dire che è un’espansione del corto è una sintesi usata per semplicità, ovviamente non esaustiva. Il film mette a fuoco la storia della protagonista Irene, raccontando tutto ciò che succede prima…
In che genere lo inseriamo?
Le classificazioni rischiano di essere fuorvianti, ma io lo vedo come un dramma horror, ambientato nel mondo reale, senza risvolti paranormali.
Ha girato con attrici di rango: l’irlandese Carolyn Bracken («Oddity», «The Quiet Girl»,«You Are Not My Mother») e l’inglese Caroline Goodall («Schindler’s List», «A spasso con Bob», «Hook»). Le hanno reso facile il compito?
È stata per me un’occasione di crescita, perché sono due professioniste fantastiche, preparatissime, che mi hanno fatto sentire a mio agio. Goodall ha conferito al suo personaggio un’impronta algida e insieme divertente... con Bracken ho passato una settimana a leggere e rileggere la sceneggiatura: poi sul set è filato tutto perfettamente.
La colonna sonora è di Pino Donaggio, che oltre a un evergreen da 80 milioni di copie («Io che non vivo senza te») ha firmato un centinaio di musiche da film…
Sono stato in contatto con lui per anni. Aveva visto il corto, letto la sceneggiatura del lungometraggio, e si era fatto un’idea abbastanza chiara. Poi, incontrandolo a Venezia, gli ho detto che mi aspettavo un tema invariabile legato al personaggio di Irene e un altro più di genere (e libero) per l’intero film. Un paio di mesi dopo aveva delle proposte, che mi hanno soddisfatto: la sua è musica di impostazione classica, molto orchestrata, ma aperta a variazioni e inserti a sorpresa.
Ha fatto tanta gavetta, ha atteso parecchio, ma è riuscito a fare il film che voleva, come lo voleva...
Ho sviluppato una buona capacità di adattamento, perché questo è un mestiere fatto di compromessi e di spazi difesi con i denti. Ma è così, ho fatto il film che volevo fare.
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