«Nel mio musical la scena iconica sotto la pioggia, come nel film»

Il regista Luciano Mattia Cannito porterà venerdì e sabato al Teatro Clerici lo spettacolare adattamento del musical di Broadway
Enrico Danesi
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"Cantando sotto la pioggia" al Clerici

Sta per arrivare a Brescia una produzione annunciata tra le più spettacolari mai realizzate in Italia nel campo del teatro musicale, ovvero «Cantando sotto la pioggia - The Broadway Musical». Un’opera che, curiosamente, nacque quale adattamento del cult-movie omonimo, diretto nel 1952 da Stanley Donen e Gene Kelly (in lingua originale, «Singin’ in the Rain»), salvo diventare a sua volta un long seller di Broadway. Racconta la storia di Don Lockwood, stella del cinema muto (la vicenda è ambientata nel 1927) alle prese con una compagna di set che non sopporta, la petulante Lina Lamont. Il suo cuore batte invece per la cantante Katy Selden, che ritroverà grazie al suo migliore amico, il musicista Cosmo Brown.

L’approdo nella nostra città della versione italiana curata da Luciano Mattia Cannito (che ha anche tradotto il testo inglese) è previsto con doppio appuntamento, venerdì e sabato, al Teatro Clerici di via San Zeno 168 (alle 21; biglietti da euro 34,50 a 55 + commissioni; info su www.zedlive.com). Ne abbiamo parlato con il regista.

Cannito, l’adattamento sta raccogliendo molti consensi. Soddisfatto?

Più che soddisfatto. Al Teatro Verdi di Firenze era presente il detentore dei diritti dell’opera (un critico e produttore di New York), che mi ha fatto i complimenti. In particolare gli è piaciuto il dinamismo della narrazione, il modo in cui scorre. Considerato che il testo è quello che ha imperversato a Broadway e nel West End, e ovviamente non si tocca, ho agito sul ritmo, velocizzando la narrazione, in ossequio al mio amore per il cinema, ma anche per tenere sempre desta l’attenzione. Inoltre, ho spinto l’acceleratore sulle componenti dell’ironia e della comicità. Se ho potuto mescolare un po’ le carte in tal senso è perché ho scoperto un’insospettata verve comica in Martina Stella, che si cala nei panni scomodi di Lina Lamont.

L'iconica scena sotto la pioggia
L'iconica scena sotto la pioggia

Parliamo anche degli altri interpreti, allora…

Per il ruolo principale, quello di Don, ho voluto non un comico o un ballerino di nome, ma un grande artista italiano come Lorenzo Grilli: viene dalla prosa, è stato allievo di Gigi Proietti, ma ha anche sviluppato autonomamente una speciale abilità nella tap-dance. Sia lui che Vittorio Schiavone (nei panni di Cosmo Brown, ndr), scelti dopo duecento audizioni, sono i migliori che potessi trovare in Italia. Infine Flora Canto ha al suo attivo tanti spettacoli e, con Enrico Brignano in casa (ne è la compagna, ndr), respira comicità in continuazione.

C’è una scena guardando la quale si dice: «L’abbiamo fatta proprio bene…»?

Quella iconica della pioggia, che dà titolo allo show. Fino a dieci anni fa non sarebbe stato possibile farla così: oggi invece esistono microfoni che ti consentono di cantare sotto l’acqua e un’illuminotecnica che non teme il bagnato…per cui la scena è esattamente come nel film!

È noto come la sua passione per il musical, coltivata da regista e coreografo, sia nata con il cinema. Quali sono i suoi cult?

Ho tre capisaldi cinematografici, sin da bambino: appunto «Cantando sotto la pioggia», «Sette spose per sette fratelli» e «West Side Story». Non per caso tre classici ricchi di ingredienti che oserei definire magici, che hanno contribuito alla mia scelta di vita, deviandomi dall’idea originaria di fare il medico.

Lei ha diretto un gran numero di musical. Nel paese del belcanto, che posto occupa il genere a lei caro?

Siamo penalizzati dalla lingua: diversamente da Usa e Gran Bretagna, infatti, ma anche dalla Spagna (Madrid è ormai il terzo mercato mondiale, potendo contare sulla terza lingua più diffusa), non possiamo permetterci la stanzialità, e questo incide sulle dimensioni produttive. Ma siamo comunque vicini dal punto di vista della qualità, potendo contare sul talento (di autori, coreografi, performer) e su un senso del teatro che è nel nostro dna e colma (o quasi) il gap. Poi, per fortuna, ci sono produttori illuminati che investono. Tanto che dopo la comicità (che è su un altro pianeta), è proprio il musical a occupare il secondo gradino tra le proposte teatrali nazionali: perché è pop, come a suo tempo lo fu la lirica.

A proposito di Madrid: vi ha portato il musical su Raffaella Carrà. Lo vedremo, in Italia?

L’ho scritto in italiano e poi tradotto, visto che Raffa era un’icona pure in Spagna. Ora posso dirlo con certezza: porteremo in Italia questa produzione, piena di canzoni note a tutti, in cui credo molto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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