Cultura

Brioni: «Racconto la strage di piazza Loggia ai lettori internazionali»

Enrico Danesi
Simone Brioni, docente negli Usa, presenta alla Festa di Radio Onda d’Urto «Shrapnel», libro in lingua inglese sul 28 maggio 1974
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Shrapnel, frammenti sulla strage
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La memoria di una strage come narrazione discontinua («perché la vicenda sfida il linguaggio»), incentrata sugli echi di un’esplosione che continua a rimbombare. Per questo Simone Brioni ha voluto intitolare «Shrapnel» il libro con il quale si propone di raccontare – attraverso testi perlopiù in inglese, ma anche in italiano, e selezioni fotografiche e documentali non inedite, rielaborate in maniera personale – la Strage di piazza della Loggia a un pubblico internazionale.

«Shrapnel», che sarà presentato stasera, alle 19.30, alla libreria del Gatto Nero alla Festa di Radio Onda d’Urto (in cui parlerà anche di «Piazza Loggia. Una storia militante», saggio curato dalla redazione dell’emittente antagonista), rappresenta un’impresa editoriale singolare: il volume non sarà infatti in vendita sul mercato italiano, ma distribuito gratuitamente alle biblioteche. Concepito dall’autore con la Casa della Memoria, è stato realizzato in collaborazione con il Centro Teatrale Bresciano, il Comune di Brescia, la casa di produzione cinematografica 5e6 e l’Istituto di Umanistica della Stony Brook University di New York, presso la quale Brioni, originario di Borgosatollo, insegna dal 2009, occupandosi di rappresentazione e autorappresentazione dei migranti e dell’eredità coloniale italiana. Materia approcciata anche attraverso il cinema, girando tra l’altro «Maka» con Elia Moutamid e «Oltre i bordi» con Matteo Sandrini. Abbiamo parlato con Brioni, prima che prendesse un volo da New York per essere a Brescia alla presentazione ferragostana.

Simone: il titolo del libro è molto stratificato...

Proprio così. Si riferisce alle schegge, ai frammenti di una bomba (questo è il significato del termine inglese «shrapnel», ndr) e, al contempo, alla realtà frammentata generata dall’esplosione del 1974. Ed è la presa d’atto della conseguente impossibilità di raccontare una storia lineare.

In «Oltre i bordi» argomentava che «nessuna storia è semplice», specificando poi che ciò avviene perché «ogni fotografia si estende oltre i propri bordi». La storia della Strage di piazza della Loggia conferma questa immagine di estrema complessità: come nasce l’idea di raccontarla a un pubblico internazionale?

Tutto nasce dall’idea della casa di produzione 5e6 di far circolare fuori dall’Italia il film «Non perché c’eravamo» di Marco Jeannin e Paolo Bignamini, realizzato in occasione del 50° anniversario della Strage. Mi è stato chiesto di preparare l’operazione attraverso un libro, e io ho pensato a un taglio particolare che mettesse al centro la memoria, cercando nelle immagini del 28 maggio 1974 (materiale tuttora incandescente) qualcosa di nuovo. Immagini che talvolta sono anche prove giudiziarie, che ho guardato sia nella loro dimensione fattuale che metaforica, ricavandone parecchie domande. Faccio qualche esempio. La fotografia con Arnaldo Trebeschi che piange il fratello è quasi sempre tagliata, perdendo le persone del servizio d’ordine che si tengono per mano dietro di lui: cambia la connotazione della foto stessa, da questione sociale che ci riguarda tutti a dolore soltanto privato; ed è grande il valore simbolico del lavaggio della piazza da parte dei pompieri o degli effetti dell’esplosione osservati con il Municipio (quindi «la cosa comune») sullo sfondo.

Insegna a New York da anni, è un classico «cervello in fuga». Come si trova in America?

Bene. E lo stesso vale per la mia famiglia, anche se torniamo spesso in Italia e mia figlia non si perderebbe per nulla al mondo il grest estivo a Brescia. Ma l’università americana mi ha permesso di approfondire, finora in libertà, le materie che volevo studiare e per le quali nell’accademia italiana non c’era né spazio né interesse.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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