Turelli, un nuovo spettacolo sui giovani eroi dell’Adamello

Il narratore bresciano debutta a Marone con «Adamello 1916, la battaglia dimenticata», insieme al musicista Daniele Gozzetti: protagonista è la divisione di alpini scelti «Diavoli dell’Adamello»
Nicola Rocchi
Lo storyteller Emanuele Turelli
Lo storyteller Emanuele Turelli

Il racconto di una guerra combattuta in condizioni estreme, da giovani alpini il cui ricordo rischia oggi di appannarsi. È il monologo «Adamello, 1916. La battaglia dimenticata», che lo storyteller bresciano Emanuele Turelli e il musicista Daniele Gozzetti presenteranno in prima nazionale venerdì 16 maggio alle 21 nella Sala della comunità di Marone, sul lago d’Iseo, in una serata promossa dal Gruppo Alpini di Marone.

Dopo il debutto, sono già in programma diverse altre date in paesi bresciani e bergamaschi (info sul sito emanueleturelli.com). Turelli, apprezzato autore e interprete di inchieste trasformate in monologhi teatrali, narra l’epopea della Guerra Bianca, le battaglie della Prima guerra mondiale combattute da italiani e austriaci a quote impossibili, spesso superiori ai tremila metri.

Al centro del racconto sono i due grandi scontri «della Lobbia», avvenuti sul ghiacciaio adamellino nell’aprile del 1916, e la storia dei due fratelli che ne furono protagonisti: Nino e Attilio Calvi, quest’ultimo caduto con molti altri alpini nella seconda battaglia.

Turelli, perché questo spettacolo?

Perché ci siamo accorti che c’è una memoria fervida ma poco viva della Prima guerra mondiale, soprattutto quella combattuta sulle nostre montagne. Nei paesi bresciani e bergamaschi si trovano ovunque una via Calvi o monumenti dedicati alla Grande Guerra; ma la gente passa oltre senza guardarli, pochi sanno che cosa rappresentano.

Il racconto inizia proprio con un bambino davanti a un monumento ai Caduti...

Questo è il senso del monologo: chiedersi quante vicende umane, quante piccole e grandi storie ci sono dietro quei nomi. È una memoria preziosa che è venuta meno. Mio nonno, citato nello spettacolo, aveva fatto la guerra e quand’ero piccolo portava tutti i nipoti alle celebrazioni del 25 aprile e del 4 novembre. La generazione di mia figlia, invece, conosce la Seconda guerra mondiale, ma della Prima sa molto poco.

Lo spettacolo, quindi, parla soprattutto ai giovani?

Sì, anche per i valori espressi in quegli episodi. Nella primavera del 1916 gli ufficiali più anziani raggiungevano forse i 30 anni. Nino Calvi, la figura chiave del racconto, ne aveva 29; suo fratello Attilio 27. Raccontiamo di quella divisione di alpini scelti che venne chiamata col nome leggendario di «Diavoli dell’Adamello». Erano giovani che credevano in valori oggi forse un po’ affievoliti. Molti di questi ragazzi – soprattutto in area bergamasca – erano discendenti diretti delle Camicie rosse di Garibaldi: erano motivati a scrivere la loro pagina di storia.

Ci sono le battaglie, ma anche la quotidianità?

Assolutamente sì. Non è un racconto solo drammatico, perché narra anche di un fronte curioso. Queste sono state le battaglie a più alta quota mai combattute. Adattarsi a quelle condizioni comportava una serie di invenzioni: lì nasce ad esempio lo scialpinismo, per l’esigenza di spostarsi sul ghiacciaio.

Emerge poi la grande coesione fra ragazzi che si trovarono molto uniti in un contesto incredibile. Abbiamo letto i loro diari, le lettere: anche quando andavano in licenza, si nota la nostalgia per quella sorta di famiglia che si era formata sul ghiacciaio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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