Cultura

Berizzi: «Il fascismo pop, "da discount", vuole riscrivere la nostra storia»

Nel suo ultimo libro, «Il ritorno della Bestia», il giornalista inviato di Repubblica racconta il retaggio della destra che ora è al governo. Stasera l’incontro alla Nuova Libreria Rinascita di Brescia
Paolo Berizzi è inviato di Repubblica e autore di numerose inchieste sull'estrema destra - Foto Jordi Borras
Paolo Berizzi è inviato di Repubblica e autore di numerose inchieste sull'estrema destra - Foto Jordi Borras
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Alla terza pagina del prologo del suo nuovo libro, «Il ritorno della Bestia – Come questo governo ha risvegliato il peggio dell’Italia» (Rizzoli), una disamina critica di fatti e dichiarazioni che racconta come, dalla Liberazione a oggi, l’Idea – cioè il fascismo, nel lessico dei camerati – si sia poi incarnata nella fiamma tricolore del Movimento sociale italiano, ancora presente nel simbolo di Fratelli d’Italia, e abbia finito per permeare un senso comune fatto di intolleranza e banalizzazione della storia, Paolo Berizzi chiarisce subito che il fascismo di cui scrive non è più quello dell’olio di ricino e della marcia su Roma.

Dice, piuttosto, che oggi la nostra società ha un problema con un «fascismo pop, da discount», che «legittima l’odio per il diverso», trova capri espiatori, tratta in modo «ruvido, muscolare» chiunque «osa criticare o è plasticamente disallineato rispetto al potere». È in atto in Italia, per l’inviato di Repubblica e autore di numerose inchieste sull’estrema destra, una «fascistizzazione del senso comune», che si ispira al Ventennio ma si esprime in forme nuove e promuove una generalizzata intolleranza per il diverso, che riverbera anche in Europa.

L’autore ne parlerà stasera alle 18.45 alla Nuova Libreria Rinascita, in via della Posta 7, a Brescia, in dialogo con Thomas Bendinelli.

Berizzi, le dicono che lei vede fascisti ovunque. È ossessionato?

No. Prima stavano negli stadi ai concerti, poi nelle piazze e sul web. Adesso stanno al governo. Che non possiamo definire tecnicamente fascista, ma è ragionevole dire che ci sono fascisti all’interno dell’esecutivo.

Di cosa parliamo allora?

Di una stagione politica in cui al governo ci sono gli eredi del Movimento sociale italiano, che hanno fatto un salto di qualità. Non passa giorno senza che vengano celebrate ricorrenze legate al Ventennio, Acca Larenzia e Sergio Ramelli, e questo accade perché ci sono condizioni socio-politiche favorevoli al ritorno di queste pulsioni.

Quelle per cui Mussolini «ha fatto anche cose buone» o per cui l’antifascismo è divisivo?

Sì, il problema è che gli eredi del fascismo non hanno mai accettato la sconfitta del ’45 e da allora coltivano una voglia di rivincita che li acceca. Da qui nascono i vari «rialzeremo la testa» e il cosiddetto «cambio di narrazione», che è un tentativo di riscrivere la storia del Ventennio e delle stragi neofasciste degli anni Settanta. Per questo al neoconservatorismo di Meloni io non credo. È un paravento, come lo fu per Almirante.

«Da Giorgio a Giorgia» è il titolo che ha dato a un capitoletto del libro.

La matrice è identica. Poi oggi non si guarda tanto a Mussolini ma piuttosto a un paese come l’Ungheria. Non a caso Orbán è un grande amico di Meloni. Ha elaborato un modello di democrazia illiberale esportabile che sembra non dispiacere a molti. Italia compresa.

Che tipo di destra possiamo aspettarci dalle elezioni europee?

È interessante la presa di distanza di pochi giorni fa di Marine Le Pen da Alternative für Deutschland (AfD), che potrebbe segnare gli equilibri politici. Dopodiché la convention di Vox di domenica ci ha fatto rivedere il peggior volto nero d’Europa.

A Madrid Meloni ha detto: «Possiamo costruire una Ue migliore e differente, può cambiare identità». A quale identità pensa?

La stessa cui pensa l’estrema destra europea, che non vuole davvero ridisegnare l’Europa ma a rinnegarla nella sua impostazione originaria solidale e accogliente. Questo è il rischio del fronte sovranista e nostalgico.

A gennaio i tedeschi sono scesi in piazza contro AfD. Hanno fatto i conti con la storia meglio di noi?

Assolutamente sì. Loro hanno avuto Norimberga, noi l’amnistia Togliatti. E quindi quelli che lavoravano per il regime fascista sono andati avanti a lavorare per lo stato anche in democrazia. Ecco perché dico che la lenta «transumanza» dell’Idea dal ’45 a oggi ha fatto leva innanzitutto sulla mancata epurazione dei membri del Movimento sociale italiano e poi sui leader di destra come Berlusconi, che non era fascista ma li ha sdoganati, Salvini, che ha giocato a farlo ma era tarocco, finché sono arrivati al governo quelli con la fiamma nel simbolo. Il fascismo è stato sconfitto militarmente ma non culturalmente, come ripetevano Andrea Camilleri e Michela Murgia.

Fra poco c’è il 50esimo della strage di piazza Loggia.

Un attentato neofascista, che il «cambio di narrazione», andando avanti così, finirà per attribuire a un incendio casuale.

Per chi ha scritto questo libro?

Ho pensato a chi ha sacrificato la vita per ridarci la libertà che il fascismo aveva tolto. Un dono che rischiamo di buttare alle ortiche. Abbiamo il governo più di destra della storia repubblicana, con le più alte cariche dello stato che non si dichiarano antifasciste. Tocca a noi ribadire su cosa si fonda la nostra Repubblica democratica. Non rischiamo il ritorno di un regime fascista ma una deriva illiberale sì. L’antifascismo è una battaglia attualissima.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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