Cultura

L’autrice Katia Tenti vince la 51esima edizione del premio ITAS

Ruggero Bontempi
Con il suo libro «E ti chiameranno strega» la scrittrice ha ricostruito i processi del XVI secolo sulle «streghe dello Sciliar»
L'autrice Katia Tenti
L'autrice Katia Tenti
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La 51ª edizione del Premio ITAS del Libro di Montagna, promosso dall’omonimo gruppo di assicurazioni, lo scorso Primo Maggio ha decretato vincitore assoluto il libro di Katia Tenti «E ti chiameranno strega» (Neri Pozza 304 pp., 19,00 euro). La narrazione ha come fulcro l’elegante magione di Castel Prösels di Fiè allo Sciliar in Alto Adige. Nel Cinquecento tuttavia questo castello fu sede di uno dei processi più drammatici di quel secolo, a seguito del quale trenta donne innocenti persero la vita bruciate sul rogo.

Le streghe dello Sciliar vennero private della libertà e rinchiuse nelle minuscole celle dei sotterranei e qui, accusate di essere amanti del demonio, furono torturate e costrette a fornire confessioni false, pur di far terminare il supplizio. L’autrice conduce il lettore in un periodo storico affascinante e drammatico. L’abbiamo intervistata, chiedendole di guidarci tra le pagine del suo libro.

Katia Tenti, nel XVI secolo in Europa la Chiesa attraversò un periodo di forte rivoluzione, culminato con la Riforma protestante. Le vicende di cui narra si collocano in questo clima di guerra contro gli eretici?

Sì. Quel secolo vide la Chiesa impegnata a contrastare deviazioni dottrinali ma anche pratiche magiche considerate eretiche. Nel 1484 papa Innocenzo VIII rispose alle pressanti segnalazioni dei principi-vescovi tedeschi sui danni provocati da quei «malefici». Con la bolla «Summis desiderantes affectibus» autorizzò appieno i domenicani Heinrich Krämer e Jacob Sprenger a indagare ovunque si sospettassero casi di stregoneria, superando le autorità locali. In tale contesto molte persone furono indicate come responsabili di carestie, epidemie e disastri naturali, fino ad approdare al caso di Fiè allo Sciliar, dove nel 1506 e nel 1510 si celebrarono due grandi processi.

Il suo romanzo è frutto di un’accurata ricerca storica. Cosa l’ha spinta ad approfondire la conoscenza di quei drammatici eventi?

Il richiamo più forte è venuto dal mio legame con quella zona: sono cresciuta a pochi chilometri da Castel Presule, e ne avevo assorbito il fascino fiabesco. Fin da bambina lo immaginavo popolato da dame e cavalieri, ma dietro all’incanto si celava un passato oscuro. La scoperta delle cronache processuali, delle deposizioni e dei documenti d’archivio mi ha fatto comprendere che quelle «streghe» non erano caricature folkloristiche, ma vittime reali, che furono torturate e bruciate. Ho sentito il dovere morale di restituire loro voce e dignità, trasformando carte ingiallite in testimonianze vive di ingiustizia.

Il castello che ispirava le sue fantasticherie da bambina ha rivelato una realtà storica sorprendente e crudele. Qual è stata la sua sorpresa?

La verità mi ha colpita profondamente: le donne accusate non erano anziane malvagie, ma giovani erbarie, levatrici e abitanti della valle che prestavano soccorso ai malati e ai potenti. Spesso venivano chiamate per le loro competenze e poi ridotte al silenzio per ragioni assurde. Scoprire nomi, storie familiari e legami sociali mi ha fatto capire quanto fosse ingiusto dipingerle come mostri. Così ho scelto di far emergere il loro vissuto quotidiano, per sottrarle all’oblio e restituire al lettore l’immagine corretta: donne coraggiose e indifese al tempo stesso.

Nel corso della presentazione del suo volume al Festival del Libro di Montagna ha dichiarato che «la caccia alle streghe non è mai finita». Ci spiega?

Purtroppo è così. In alcune regioni dell’Africa e del Pacifico, ancora oggi alcune donne vengono accusate di stregoneria, subiscono violenze, torture pubbliche e, talvolta, uccisioni sommarie. In Iran esistono condanne severe per presunte pratiche magiche o per il non rispetto del codice di abbigliamento, fino alla lapidazione. Anche in Occidente la «pira» del rogo ha forme diverse: femminicidi, molestie e processi mediatici riducono le donne a colpevoli di non aver obbedito, di aver rivendicato la propria autonomia. Nei tribunali le donne rischiano di trasformarsi da vittime in imputate, costrette a difendersi anziché ottenere giustizia. È un’eredità culturale che, a dispetto dei secoli trascorsi, continua purtroppo a mietere vittime.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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