Nella vita di Augusto Monti (1881-1966), docente e scrittore piemontese, ci fu anche un approdo bresciano. Dal 1919 al 1923 insegnò latino e greco nel Liceo classico Arnaldo. Qui ebbe tra i suoi allievi Mario Bendiscioli, che sarebbe divenuto a sua volta un indimenticato storico e educatore.
A ricordarlo in questa intervista è Giovanni Tesio, critico letterario, filologo e docente universitario che allo studio di Monti ha dedicato una «lunga fedeltà», a partire dalla tesi di laurea. «In seguito – racconta Tesio – ho continuato a lavorare su di lui, ne ho scritto la biografia e ho pubblicato diversi saggi». Ora dichiara l’intento di «congedarsi» da Monti con un ultimo libro, «Augusto Monti. Letteratura e coscienza democratica» (Araba Fenice editore, 240 pagine, 20 euro), nel quale raccoglie interventi e studi pubblicati negli anni.
Prof. Tesio: chi era Augusto Monti?
Fu anzitutto un insegnante. Per lui insegnare voleva dire educare, tirar fuori dalla personalità di ognuno quanto di meglio possa riservare a se stesso e alla società. Fu poi un moralista nel senso classico della parola: seppe guardare negli uomini quella che lui chiamava la «pianta uomo», con un’espressione tratta da Alfieri. Infine uno scrittore: i «Sanssôssí», la sua opera fondamentale, sono una grande saga e un romanzo di formazione che va dagli avi del periodo napoleonico al Risorgimento, fino ad arrivare alla sua educazione d’insegnante attraverso la figura paterna, fondamentale nella sua crescita.

Lei lo accosta a Gaetano Salvemini per molti aspetti, tra cui il «senso religioso della missione educatrice»...
Questo è fondamentale. Per lui, scuola e vita costituivano un’identità indissolubile. Tutta la sua scuola era fatta per preparare i ragazzi al lavoro della loro vita. La sua era una «visione religiosa» in senso laico, la capacità di legare aspetti diversi della vita attraverso il rapporto educativo. Ambiva a crescere uomini sinceri e onesti, che diventassero cittadini e adulti capaci di non barare.
Come visse gli anni trascorsi a Brescia?
Fu per lui una parentesi breve, ma significativa. Erano gli anni del primo dopoguerra, travagliati e complessi, di contrapposizioni molto forti. Monti scriveva sul «Combattente», che si pubblicava in città. Ebbe sempre una visione di mediazione, aborriva sia il socialismo estremistico sia la deriva prefascista che si poteva già facilmente individuare. Era per una precoce visione liberal-socialista, alla Salvemini.
Scrisse di una Brescia «ormai fascistizzata del tutto»...
Ma della città ha sempre parlato con affetto. Ricordò più volte le discussioni che avvenivano alla farmacia Zadei; rievocava il fatto di essere stato l’insegnante di Mario Bendiscioli. In generale, quel periodo permise a Monti di farsi le ossa nei confronti di una società che allora era in grande travaglio.
Fu incarcerato due volte, a Mauthausen nel 1917 e sotto il fascismo nel 1936...
Nella Grande Guerra, giunto al fronte fu subito fatto prigioniero, con sua grande vergogna di interventista democratico. Molto più grave è il secondo episodio, quando fu arrestato per antifascismo in una retata a Torino, e con lui altri intellettuali come Massimo Mila e Vittorio Foa. Monti – come dimostrano le lettere alla figlia Luisotta, edite da Einaudi nel 1977 – visse con grande dignità quell’esperienza: era un uomo già anziano che doveva affrontare la prigione e pretese da sé una compostezza e un comportamento degni di un uomo serio e probo.
Cesare Pavese era stato suo allievo...
Un allievo molto amato, ma profondamente dissimile. Il loro rapporto è stato a tratti drammatico. Per Monti la letteratura doveva servire alla vita; per Pavese, invece, la letteratura era qualcosa a cui dedicare l’intera vita, facendone la propria esperienza fondamentale. Pavese fu un impolitico per eccellenza, mentre Monti – che ebbe in Piero Gobetti un «fratello e maestro» – di politica si è sempre occupato. Si creò tra Monti e Pavese un rapporto quasi da padre a figlio, ma il figlio andava in una direzione diversa rispetto al padre.
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