«Questa mostra ha la pretesa e l’intento di musealizzare degli oggetti che altrimenti rischierebbero di cadere nel dimenticatoio». Stanno in questa dichiarazione del curatore Renato Corsini il senso e il fine di «Mai dire kitsch. Il diversamente bello», che verrà inaugurata questo pomeriggio a Brescia, alle 17.30 negli spazi del Ma.Co.f in via Moretto 78 (presso Mo.Ca.) e che sarà visibile fino al 10 marzo.
In esposizione, in ordine sparso: Madonne in conchiglia, Torri di Pisa in miniatura, gondole carillon, Monne Lise ricamate, grembiuli da cucina osé… «Sono oggetti che, resi astratti e decontestualizzati dal comò del salotto buono, se sono esposti ben illuminati hanno tutto un altro sapore. Non sono più il retaggio della sottocultura, ma testimonianza di gusto popolare e di una società che andava evolvendosi durante il boom economico. Prima della guerra l’oggetto come esibizione estetica non esisteva. Oggi c’è il kitsch contemporaneo. Il ciuffo di Trump, il viso della Vanoni...».

Soprammobili e souvenir provengono dalla sua collezione privata. «Ho cominciato a raccogliere queste chincaglierie circa dieci anni fa - racconta Corsini -. Facevano parte di ricordi della mia infanzia, oggetti che trovavo e che vedevo nelle case degli anni Sessanta e Settanta quando imperversavano su cassettoni e mensole, soprattutto nelle case di tradizione basso borghese. Tutti vedendo la mostra ritroveranno qualche ricordo di casa propria o di casa della nonna. Sono un amarcord del cattivo gusto». La scintilla arriva peraltro da un dettaglio tra il sacro e il profano. «Mi hanno sempre attirato le immagini sacre in mezzo alle conchiglie. Mi chiedevo il perché. Poi ho capito che la conchiglia rappresenta la generazione senza intervento maschile, e per questo è spesso associata alla Madonna».
Una sezione è dedicata anche ai ritrovamenti fotografici di Architerror, pagina social dall’animo bresciano che raccoglie le brutture più raccapriccianti in termini architettonici, così brutte da essere belle, così assurde da essere geniali. Perché la mostra è questo: una raccolta di «cose brutte» che in fondo possono anche piacere. Perché l’estetica del brutto - e quindi il kitsch - gioca innegabilmente sul filo del soggettivo e dell’oggettivo.
L'altro vernissage

Accanto a «Mai dire kitsch» si terrà anche un altro vernissage. Più elegante il soggetto (ma anche qui non mancano lustrini, paillettes e pantaloni a zampa), «Echi, l’intimità del ballo» presenta una selezione di novanta fotografie che immortalano i linguaggi della danza.
Perlopiù vintage, gli scatti selezionati dalle curatrici Margherita Magnino e Carolina Zani vogliono portare il pubblico a concentrarsi sulla gestualità e sulle emozioni, sulla solitudine al centro della pista e sull’intimità del movimento. Nessun focus sulle diverse discipline, niente accenni alle professioni, e nemmeno un percorso cronologico e lineare: le foto sono di Elliott Erwitt, Georg Oddner, Nicola Sansone, Karel Cudlin, Kors van Bennekom, Jeanloup Sieff e Paolo Simonazzi (tra gli altri). E ci sono anche Gianni Berengo Gardin e Gabriele Basilico: a loro sono dedicate due intere sale, nelle quali è possibile ammirare le gare di ballo del pavese, il debutto in società delle giovani monzesi, la disco dance…
Il percorso si completa con uno scatto romanticamente intramontabile (una coppia abbracciata e danzante in piazza Tienanmen, catturata dalla macchina fotografica di Caio Mario Garrubba) e con una serie di scatti - preziosi e unici - che cristallizzano alcune feste private. Provengono dall’archivio dell’agenzia Dufoto: ci sono Christian De Sica, Vittorio Gassman, Romina Power, Lady Diana e Re Carlo. Spensierati, eleganti, sudati, leggeri. Danzanti e inediti.
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