Raùl de Nieves, frammenti di stelle e riti di passaggio

In un setting temporale ciclico, che non ha inizio e non ha fine ed è democraticamente accessibile da un qualsiasi punto dello spazio, si innesta la riflessione artistica recente di Raùl de Nieves, artista poco più che quarantenne originario di Morelia, in Messico, ma cresciuto negli Stati Uniti.
De Nieves ha inaugurato ieri sera, nei magnificenti spazi di A Palazzo Gallery, la sua terza personale bresciana, che resterà visitabile fino al prossimo 23 maggio (ingresso libero; da martedì a venerdì 10-18; il sabato dalle 14 alle 18). «Chip Star» è il nome infine scelto dall’artista per battezzare la serie di lavori con cui torna a esporre nella galleria di Piazza Tebaldo Brusato e che inizialmente aveva pensato di nominare «Zero»: «Con riferimento - spiega - al movimento circolare del tempo e all’inizio di qualcosa di nuovo, ma trattandosi di un ritorno non potevo certo ripartire dall’inizio. Ho riflettuto a lungo per riuscire a convogliare il senso di un viaggio in prosecuzione, sia quello con la galleria, sia nel mio percorso di artista, ed è arrivato Chip Star, che evoca un corpo celeste che vortica ed esplode, spargendo frammenti che hanno a loro volta un potere generativo».
Un concetto che presidia con grande potenza il salone di A Palazzo nella forma dell’opera «One One Eight Four Five. Time is on my side», epicentro creativo di questa serie di lavori. «È l’indirizzo di casa di mia madre quando ci siamo trasferiti a San Diego dal Messico e dove ancora vive». Le perline di recupero, che sono sostanza ricorrente di molte delle opere di de Nieves, inglobano qui nel loro movimento rotatorio cimeli familiari e retaggi infantili che plasticamente si proiettano fino a derivare embrioni d’opere che, come blob materici, punteggiano la sala.
Ma «Chip» è anche un nome proprio, il riferimento a un sé in rapporto con gli altri che l’artista ha modellato in una piccolissima statua realizzata in metallo semi prezioso, che preannuncia un nuovo corso della sua produzione artistica. Non più solo «paccottiglie» di recupero imbottigliate ed esposte a simboleggiare lo stratificarsi del tempo della creazione, ma materiali di pregio modellati anche col ricorso alla tecnologia e in grado di prefigurare sfide tutte a cogliere. A patto di superare quei draghi evocati nel dipinto ispirato a San Giorgio e le paure paralizzanti cui de Nieves ha dato forma antropomorfa attraverso due figure – l’una incombente, l’altra inginocchiata – che si blandiscono e respingono.
«La paura che qualche volta diventa una delle cose che ci trattiene dal realizzarci pienamente» spiega. Un concetto che investe la religione e i condizionamenti interiori, che determinano il corso dell’esistenza, o una sua parte. Ma a sintetizzare il senso di «Chip Star» è l’anello incastonato con pietre preziose a formare l’acrostico «A Door»: un portale che è necessario varcare, una transizione a cui non ci si può sottrarre. Come conferma lo stesso de Nieves, che definisce la mostra «un rito di passaggio che è in grado di cambiare anche la percezione di chi guarda».
«Able bodies»

Un po’ come accade con le rose sintetiche di Maria Szakats, esposte nella Project Room. L’artista, che ha un background nel fashion, approda per la prima volta in Italia coi suoi «Able bodies», una raccolta di opere appartenenti al suo corpus di lavori tessili. Colpiscono in particolare le rose emblema dei Tudor, ricamate e poi spazzolate fino ad ottenere un effetto onirico ed evocativo che strania lo spettatore, chiamato a fare sintesi visiva di un fiore che è reale, eppure non lo è.
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