Arte

Come sono le fotografie scattate in carcere ed esposte al Ma.Co.f

La mostra bresciana «Patrie galere» presenta 80 immagini carcerarie: sono state scattate da Renato Corsini, Mauro D’Agati, Davide Ferrario e Uliano Lucas, ma anche dagli stessi detenuti
La schiena tatuata di un detenuto a Canton Mombello - Foto Renato Corsini
La schiena tatuata di un detenuto a Canton Mombello - Foto Renato Corsini
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La fotografia carceraria, la raffigurazione di un «topos» particolare del fotoreportage, frutto dell’occasionale visita di fotografi negli istituti di pena, dà modo di riflettere su come la creazione (e l’autocreazione) dell’immagine – o al contrario la difficoltà/impossibilità di praticarla – abbia risvolti non solo documentali, ma anche umani e psicologici.

Ne dà riprova la mostra «Patrie galere» che, al bresciano Ma.Co.f, Centro della fotografia italiana, dal 6 novembre al 23 dicembre raggruppa più portfolio assonanti per tema, ma differenti per luoghi e approcci. E dice di come la carenza del fotografare e farsi fotografare – di praticare cioè una modalità di autoidentità, percezione e trasmissione di sé che nella società è altrove diffusissima – sia un sempre scottante tema libertario. Ecco, «Patrie galere» che s’inaugura mercoledì alle 18.30 al Mo.Ca (Brescia, via Moretto 78) riempie quella frattura con un’ottantina di stampe fra biancoenero e colori, frutto del lavoro di Associazione Ri-scatti, Renato Corsini (un reportage d’una decina d’anni fa a Canton Mombello), Mauro D’Agati, Davide Ferrario e Uliano Lucas.

Il progetto

È la nuova iniziativa espositiva del Macof-Centro della fotografia italiana diretto da Corsini, in collaborazione con Comune di Brescia, Mo.Ca, Associazione Ri-scatti, Associazione Carcere e territorio, e sezione di Brescia della Camera Penale della Lombardia Orientale Giuseppe Frigo. E giunge in un momento assai drammatico del tema-carcere: per il sovraffollamento (anche a Canton Mombello di cui il Ministero della Giustizia, rispondendo a un’interrogazione dell’on. Gian Antonio Girelli del Pd, ha recentemente annunciato un avvio di ristrutturazione nel 2025) e per il tragico bilancio di suicidi dietro le sbarre.

Una funesta contabilità, quest’ultima, che al 2 novembre contava nel 2024 in Italia ben 78 vittime (e 1.335 tentativi autolesionistici).

Le fotografie

La fotocamera degli autori si è mossa dentro spazi la cui realtà è simbolicamente sintetizzata nel video di Nicola Zambelli e Centro Diurno Ancora, che trasmesso in loop dentro la mostra dà conto di quei «cm 300» – il lato d’una cella 3 metri x 3 – schematicamente disegnati sul pavimento: un interno cella virtuale che man mano si fa ancor più stretto affollandosi di persone.

Le foto «da dentro» dei reporter, ma anche di un’autoproduzione di un gruppo di detenuti in Sicilia, a San Vittore e Bollate, sono così una finestra sul mondo carcerario e chi lo popola; ma soprattutto un’interrogazione allo spirito umano.

Il percorso

Un'immagine dal carcere di Bollate realizzata da un detenuto tramite l'Associazione Ri-Scatti
Un'immagine dal carcere di Bollate realizzata da un detenuto tramite l'Associazione Ri-Scatti

In un turbinìo di visioni d’uomini e ambienti che induce a riflettere sul «cupio dissolvi» dell’immagine e dunque della percezione-rappresentazione di sé che – al di là della pena giudizialmente meritata – può farsi ulteriore psicologica sofferenza. Ecco, fra gli scatti esposti, sacro e profano: appiccicate sul muro scrostato un’immagine di Papa Francesco e poco più in là quella d’una donnina svestita. Ecco detenuti – occhi ora spenti ora torvi – traguardare l’obiettivo cui hanno accettato di mostrarsi. Ecco petti e schiene tatuate con rimandi a catene. E non ammorbidisce l’angosciante teatro la stampa a colori d’un portfolio in un più ordinato carcere siciliano. Né la fisicità di due carcerati intenti a fare ginnastica con un bilanciere costituito da un manico di scopa alle cui estremità pendono bottiglie in plastica colme d’acqua.

E nei fotocolor realizzati da detenuti a Bollate si nota il non casuale e reiterato ritrarre zone esterne dell’edificio: l’ambìta libertà, ma con l’ineluttabile presenza delle sbarre da dietro le quali il detenuto-fotografo ha scattato. Inutile ragionar d’estetica: a colpire non è la «costruzione» dell’immagine; è il contenuto a imporsi, coi rimandi tangibili nella visibilità che ne viene data. Foto in cui rintracciare lo smarrimento di un’umanità – che siano ambiente e soggetti ritratti o visitatore di mostra – chiamata a fare i conti coi propri limiti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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