«Kronplatz 12», da Gusmeri Fine Art la mostra di Nicola Morandini

È esposta a Brescia fino al 7 novembre nella galleria Gusmeri Fine Art in via XX Settembre 58A la mostra fotografica «Kronplatz 12». Autore delle immagini è il fotografo bresciano, oggi residente a Merano, Nicola Morandini, che con questo progetto ha ricevuto dalla Ripartizione Cultura italiana della Provincia di Bolzano il premio Catalogo Aperto 2025. Lo abbiamo incontrato.
Ha inserito alcuni totem della modernità nelle atmosfere rarefatte del comprensorio sciistico di Plan de Corones. L’interpretazione è libera o vuole dare suggerimenti allo spettatore?
Con la fotografia, in genere, è difficile separare in modo netto la libera interpretazione dello spettatore da un suo condizionamento. In questo progetto, grazie ad una situazione meteorologica fortunatamente sfavorevole, questi elementi appaiono come sospesi e lasciano allo spettatore ampia libertà di costruirsi una propria lettura, se vogliamo anche poetica. È inevitabile che suggeriscano anche un punto di vista critico, una consapevolezza del carattere alienante, straniante e invasivo dell’elemento antropico nel paesaggio alpino. Credo che la forza della fotografia risieda proprio nella sua capacità di stimolare questa tensione, di porre interrogativi più che spiegare, di generare curiosità e differenti interpretazioni. In sintesi, l’interpretazione è in parte libera, ma non ingenua e il fotografo, anche sulla base della sua storia personale, suggerisce e sollecita, più che imporre.

Rappresentare questa meta del turismo di massa dolomitico le ha richiesto più sforzo di immedesimazione o di estraniazione?
Senza dubbio un approccio di estraniazione. Gli elementi che ho fotografato in 12 scatti, nascosti o svelati dalla dinamica delle nubi, talvolta fluttuanti, hanno creato in me uno spaesamento, come se il paesaggio fosse spinto a confrontarsi con il proprio artificio. In quella giornata di agosto, paradossalmente, il fantomatico turismo di massa dolomitico era scomparso, e mi sono trovato a vagare, da solo, in un mondo altro, dove un’antenna mi è sembrata un missile e un cannone da neve una cabina telefonica.
Il fotografo analogico è privilegiato nel cogliere il tempo e i segni delle trasformazioni del paesaggio?
Più che il medium analogico (ovvero la pellicola, lo sviluppo manuale e la stampa in camera oscura), credo sia invece l’attitudine analogica ad accentuare la sensibilità di un fotografo, di una persona, nei confronti della percezione del tempo e dei cambiamenti del territorio. Con questo termine intendo in generale un approccio calmo, lento, mai frenetico e bulimico alla fotografia. In questo modo si è in grado di sviluppare un processo di affinamento dello sguardo e, di conseguenza, della nostra consapevolezza.

Ha realizzato viaggi fotografici nelle campagne padane, nel Supramonte, lungo il fiume Passirio… Che influenza hanno esercitato i suoi studi forestali nell’interpretazione dei luoghi?
Senza dubbio la formazione forestale mi ha trasmesso una grande passione per il territorio e la geografia. Spesso, i miei progetti fotografici diventano topografici. Nascono dalla scelta di un tracciato (che sia la scelta casuale di un chilometro sulla carta, oppure il percorso di un fiume, o un breve circuito in località anonime), come se scegliessi delle aree di saggio per studiare ed analizzare il territorio. In termini forestali, seleziono un transetto e fotografo banalmente ciò che incontro, senza una progettualità definita. Anche per questo, molti miei progetti sono strettamente legati all’atto del camminare; come scrive Sylvain Tesson, «non consumo le mie suole per il gusto della sofferenza, ma perché la lentezza rivela cose che la velocità nasconde».
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