Giorgio Lotti: «Così fotografai Vajont e migranti, con tanto rispetto»
Giorgio Lotti ha una richiesta per il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Meglio: un appello. «Per favore, pensi agli archivi fotografici dei grandi autori del Novecento. Li faccia analizzare e valuti l’acquisto da parte dello Stato. Sono un patrimonio inestimabile e già numerosi stranieri hanno espresso il desiderio di acquisirli». L’hanno fatto anche con lui: prima degli americani, poi alcuni francesi. «Avrei potuto vivermi la vecchiaia in tutta tranquillità, ma ho scelto di non farlo perché ritengo che sia giusto che restino in Italia».
Il primo archivio a cui si riferisce il fotografo ottantottenne (che sarà a Brescia, in Cavallerizza, alle 18.30 di giovedì 22 maggio per una lectio magistralis) è il suo. Al suo interno ci sono scatti inestimabili, a partire dal ritratto al ministro cinese Zhou Enlai fatto nel 1974 e dal reportage dopo il disastro del Vajont.

Lotti, a quali archivi si riferisce?
In Italia ce ne sono almeno dieci: quello di Gianni Berengo Gardin, di Ferdinando Scianna, di Uliano Lucas, il mio… Le persone non hanno idea di cosa ci sia al loro interno: la storia d’Italia e del mondo. Io ho fotografato per 60 anni, ho quasi 500mila fotografie. I miei colleghi idem. Cosa vogliamo fare di questi archivi? Li vendiamo all’estero o qualcuno al Governo si sveglia? In più – va detto – abbiamo tutti superato gli 80 anni… Vendendoli ad altri si priverebbe l’Italia di una documentazione inestimabile. Non solo giornalistica, ma storica.
In questo momento a Brescia, in Cavallerizza, è in corso una sua mostra retrospettiva, nell’ambito del Brescia Photo Festival. La mostra ripercorre la sua carriera: come vede il suo lavoro?
Sono stato uno dei fotografi più fortunati. Nel mio periodo di lavoro i contatti con i direttori di giornale erano giorno sì e giorno no. C’era collaborazione tra giornalisti e fotografi. A teatro, per esempio, ci si andava in accoppiata. Si lavorava sempre insieme e dopo pochi mesi eravamo già conosciutissimi, nei vari settori. Oggi si fa l’errore di non mandare più nessuno a fotografare, si usano solo le immagini degli uffici stampa. Orribili, belle fotografie che snaturano il giornalismo. Prenda i personaggi politici a Roma: venti microfoni e venti fotografi che scattano la stessa foto.
In campo teatrale idem: quando si apre lo spettacolo ci sono dieci fotografi che restano cinque minuti, prendono la scena dal basso (allungando le gambe e rimpicciolendo il viso), scattano e scappano. E per forza scattano la stessa foto. Il teatro lo si dovrebbe seguire con il giusto senso, attendendo che l’attore sia nel mezzo della recitazione, quando sul suo viso compaiono paura, gioia, tenerezza, tristezza… Il sistema professionale dovrebbe cambiare, e anche il giornalismo: non va più bene il copia e incolla. Nessuno chiede più le interviste, lei è una delle poche. Anche con i politici vale il discorso: bisognerebbe tornare a fotografarli in casa propria, a cena al ristorante... Nel privato. Il fotogiornalismo è morto anche perché pagano pochissimo. Non ti ci ripaghi nemmeno le spese, per quanto modeste.
Lei, partendo dal ritratto del capo di governo della Repubblica popolare cinese Zhou Enlai e poi attraverso i numerosi reportage, ha raccontato la Cina ai lettori occidentali. Com’era?
Successe così: dovevo andare a Pechino per raccontare la città. Arrivato lì – era il 1974 – dovetti trovare un traduttore. Dopodiché andai all’ambasciata italiana, chiedendo qualcosa sulla città. L’ambasciatore mi parlò, poi mi chiese di rimandare perché doveva incontrare Zhou Enlai. Gli chiesi di portarmi e per quanto riluttante alla fine cedette. Non sapevo nemmeno chi fosse, Zhou Enlai. Mi informai al volo: non bisognava fotografarlo su sfondo rosso e se avesse rivolto lo sguardo a sinistra avrebbe significato che guardava al futuro. Andrai lì con gli ambasciatori, ma non mi accodai a loro. Temevo non mi ascoltasse. Mentre aspettavo, individuai nella sala uno sfondo grigio scuro, neutro. C’era l’obbligo di una sola foto. Alla fine, quindi, mi presentai parlando francese e chiesi uno scatto, spostandomi verso la poltrona. Cercai di inquadrarlo nella maniera più pulita possibile e di farlo voltare a sinistra. Ma non servì: si girò da solo, chiamato da qualcuno. Venne pubblicata su Epoca. Due giorni dopo mi chiamò l’ambasciata chiedendomene delle copie. Quando andrai via, Zhou Enlai mi disse: «Lei è un professionista, posso darle una notizia? La Cina in 15 anni cambierà profondamente. Se la fotografa ora, immortalerà la Grande Cina». E così ci andai per dieci volte. Fu la mia fortuna. Quest’anno faranno una mostra in Cina con le mie immagini, un centinaio. Hanno riconosciuto la mia professionalità. La macchina fotografica può essere una violenza, ma il fotografo deve essere rispettoso. Oggi si fotografano i cadaveri in guerra, prima di aiutare le persone.
A proposito di foto forti, tra i reportage più emblematici anche quelli a Firenze, al Vajont, agli sbarchi a Brindisi, a Padre Pio, in Irpinia… Come lavorò, in quei casi?
Ci sono foto che non si possono fare. Per esempio al Vajont: appena arrivato sul posto vidi pezzi di cadaveri, corpi maciullati… Aspettai che venissero coperti e benedetti dai sacerdoti. Solo allora scattai.
Il rispetto prima di tutto: è così che mi sono guadagnato la fiducia. Ho rifiutato servizi e avance. E anche questo porta prestigio: non solo la qualità dello scatto, ma anche l’integrità personale. Ecco perché mi hanno ricevuto Gandhi, Arafat, Berlinguer… Oggi chi fotografa Elly Schlein all’estero? Chi entra in casa di Meloni? Sono queste le cose importanti.
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