Defezioni e polemiche: la Biennale di Venezia perde anche la giuria

Alla «tonalità minore» della mostra ideata da Koyo Kouoh si contrappone la «voce alta» dei padiglioni nazionali: nel mirino Russia, Usa e Israele
Giovanna Capretti

Giovanna Capretti

Vicecaposervizio

I Giardini della Biennale - Foto Andrea Avezzu/Courtesy La Biennale di Venezia
I Giardini della Biennale - Foto Andrea Avezzu/Courtesy La Biennale di Venezia

È notizia delle ultime ore: la Biennale perde anche la Giuria. La presidente Solange Farkas e le altre quattro componenti hanno dato le dimissioni, dopo la polemica per la scelta (preventiva) di non assegnare premi a Russia e Israele, i cui governi sono accusati di crimini contro l’umanità, e l’invio in laguna degli ispettori del Ministero per verificare l’operato della Fondazione, anche in relazione al ritorno della Russia all’esposizione. I premi saranno assegnati da una giuria dei visitatori.

Assente anche il ministro

Le assenze si moltiplicano, quindi, e le presenze scatenano dibattito. Saranno queste a contare e ad essere contate, nei giorni della preinaugurazione e della vernice della 61ª Esposizione internazionale d’arte, (9 maggio - 22 novembre), più che i contenuti della mostra, allestita dal team della curatrice Koyo Kouoh dopo la sua prematura scomparsa.

L’assenza più pesante sarà quella del ministro Alessandro Giuli, in conflitto con il presidente della fondazione veneziana, Pietrangelo Buttafuoco, sul ritorno dei russi nel proprio padiglione ai Giardini. La Russia sarà presente, quindi, così come – nonostante le contestazioni – è confermata la partecipazione di Usa e Israele, in guerra contro l’Iran. E quella che finora è sempre stata una vetrina dell’avanguardia artistica internazionale, rischia di diventare termometro del sisma geopolitico.

Il padiglione della Russia ai Giardini
Il padiglione della Russia ai Giardini

La mostra «in chiave minore»

A dispetto, e a rischio di metterlo in ombra, del filo conduttore scelto per la mostra: «In Minor Keys», ovvero “in chiave minore”. Un concetto musicale traslato dalla curatrice al campo dell’arte («le tonalità minori richiedono un ascolto che interpelli le emozioni e che, a sua volta, le sostenga» ha spiegato Koyo Kouoh) in un’esposizione internazionale che trae ispirazione dal tema del colonialismo e delle sue conseguenze sociali (a partire dal romanzo «Amatissima» di Toni Morrison), geopolitiche e anche ambientali. Declinandolo però nella lettura «relazionale» del filosofo e poeta Edouard Glissant, teorico della «creolizzazione» del mondo, ovvero del necessario e inevitabile incontro e confronto di linguaggi e culture. Vedremo in mostra come i curatori avranno interpretato il messaggio.

Tra Russia e Ucraina

Fino ad ora, a dare forfait è stato solo l’Iran: nei materiali stampa messi a disposizione dalla Biennale è indicato unicamente il nome del commissario mentre manca ogni indicazione su curatore, artista e luogo di esposizione. Presente la Russia, con la squadra commissariale (di nomina politica, come per tutte le partecipazioni nazionali) composta da personalità strettamente legate all’oligarchia, a partire da Anastasiia Karneeva, titolare di una società di consulenza artistica co-fondata con la figlia del ministro degli esteri russo Lavrov.

Contro la partecipazione russa si sono schierati non solo il governo ucraino, ma numerose personalità del mondo culturale internazionale, mentre la Commissione europea ha decretato il taglio dei fondi (2 milioni) all’ente veneziano. Cosa porterà la Russia in laguna? Stando alle anticipazioni la performance «The tree is rooted in the sky» (L’albero è radicato nel cielo) – un’esibizione di musicisti, attori e cantanti che si terrà dal vivo nei giorni dell’inaugurazione e sarà riproposta registrata al pubblico – rischia di essere la grancassa della propaganda putiniana.

A far da contraltare, sarà presente l’Ucraina, con «Origami Deer» di Zhanna Kadyrova, la scultura di un cerbiatto stilizzato che fu esposta nel 2019 nel Donetsk, e poi spostata dalla linea del fronte. L’opera arriva alla Biennale al termine di un viaggio a tappe attraverso l’Europa, e sarà collocata a Venezia sotto gli occhi di tutti sulla Riva nei pressi dell’Arsenale, mentre il padiglione ospiterà la documentazione del progetto.

Gli Usa e Israele

Presenti gli Usa con l’artista Alma Allen, scultore autodidatta nato e cresciuto nello Utah dell’America profonda, che a dispetto del titolo scelto per il progetto («Call Me the Breeze», titolo di un brano del 1974 dei Lynard Skynard) esporrà le sue opere, pesanti blocchi di pietra o tronchi d’albero lavorati in forme espressioniste.

Torna in Biennale anche Israele (nel 2024 il padiglione fu chiuso dall’artista ospite in attesa che fosse raggiunta la tregua a Gaza) con lo scultore israeliano di origine romena Belu-Simion Fainaru e il progetto «The Rose of Nothingness» ispirato a una poesia di Paul Celan, che evocherà attraverso la simbologia della cabala il tema dell’Olocausto. Presente la Palestina tra i Progetti speciali, con l’esposizione «Gaza - No Words» curata dal Palestine Museum nato nel 2018 negli Stati Uniti.

Dopo le polemiche sulla «parzialità» della Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco (che ha sempre respinto le accuse e rivendicato la propria autonomia di scelte nel rispetto della legge), il cda della Fondazione ha annunciato tre serate su «Il dissenso e la pace» il 6, 7 e 8 maggio con il regista russo Alexander Sokurov, noto per l’impegno civile, e la scrittrice palestinese Suad Amiry.

La morte della curatrice

La curatrice Koyo Kouok - Foto Mehdi Benkler
La curatrice Koyo Kouok - Foto Mehdi Benkler

Assenza importante è certamente quella della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente a maggio 2025 dopo aver impostato e presentato il progetto. Il team dei suoi collaboratori ne ha raccolto il testimone, costruendo un percorso espositivo, tra Arsenale e Padiglione centrale, con 111 artisti soprattutto di radici africane, nel segno di quel «mondo black» che Kouoh – camerunense cresciuta in Svizzera, già curatrice dello Zeit Museum di Città del Capo e direttrice del centro RAW Material Company di Dakar – individua in tutti quei territori in cui gli schiavi africani furono deportati e misero radici, dal Sudamerica ai Caraibi, agli stessi Stati Uniti.

Un continente trasversale i cui rappresentanti – nel segno del dialogo, della relazione, dell’incontro creativo tra culture di cui sono portatori – racconteranno l’eredità del colonialismo e del post-colonialismo in chiave contemporanea, ponendo l’accento non soltanto sui temi della memoria, della rilettura critica della storia e dell’arte, ma anche in prospettiva sulle conseguenze che la geopolitica guidata dall’Occidente e dal “primo mondo” ha avuto e continua ad avere sul territorio e sull’ambiente.

Nessun italiano, è stato sottolineato, tra i selezionati per la mostra «In Minor Keys». La spiegazione è semplice: a differenza di altre nazioni coloniali e di più lunga immigrazione, nel nostro Paese non esiste al momento né una forte comunità artistica di origine ex coloniale, né un dibattito aperto sul tema. Chissà che la Biennale di Kouoh non contribuisca ad una svolta.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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