Cultura

Arminio e Campaner: «Sulla tastiera e con i versi parleremo di gioia»

Nicola Rocchi
Il poeta e la pianista saranno ospiti a Rezzato il 21 settembre al festival LeXGiornate: l’intervista
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Campaner-Arminio tra musica e parole
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Uno dei poeti italiani più amati e una pianista di fama internazionale, capace di scelte originali e attratta dalle sperimentazioni. L’incontro tra Franco Arminio e Gloria Campaner promette di regalare emozioni profonde, anche per lo spazio nel quale si svolgerà: il grande anfiteatro naturale della cava di marmo Ventura, a Rezzato. Ad ospitarli, domenica 21 settembre alle 21, sarà la 20ª edizione del festival LeXGiornate di Fondazione Soldano, con la direzione artistica di Daniele Alberti.

«Dialoghi sulla gioia» si intitola lo spettacolo, proposto in collaborazione con Consorzio marmisti, Comune di Rezzato, Cfp Vantini, PinAC, Cave Ventura (biglietto intero euro 25, disponibile online su vivaticket.com). Ne abbiamo parlato con i due protagonisti.

Cosa ascolteremo in questo spettacolo?

Arminio: «Porterò poesie d’amore inedite, scritte per un libro che ha il titolo provvisorio “L’incredibile non si può dire a tutti”. E poi altre poesie, anch’esse inedite, di carattere civile, sul tema della pace e della guerra».

Campaner: «Una grande spinta verso l’alto e un confronto con le tematiche più attuali, cercando di controbilanciare queste due energie, nella speranza che sempre più si scelga l’amore come risposta ad ogni conflitto».

Gloria Campaner, lei cosa suonerà?

«Spazierò in tutti i generi e compositori, non solo di musica classica: da Philip Glass a Chopin, Rachmaninov, Debussy, passando per Gluck, Morricone, oltre a momenti di un repertorio più moderno. Mi è sembrato un bel modo per celebrare anche la contemporaneità, unendola alla parola di un grande autore contemporaneo. A me queste occasioni piacciono molto, perché mi permettono di dar voce a tanta musica bellissima che difficilmente potrei suonare all’interno di una stagione concertistica tradizionale».

Arminio, cosa aggiunge la musica di Gloria Campaner ai suoi versi?

«Più che aggiungere è un’adiacenza: io mi accosto ai suoi suoni e lei alle mie parole. Credo che ci sia tra noi un’affinità nel modo di sentire la vita, e penso che il pubblico la percepirà. A me piace lavorare con persone con cui c’è una vicinanza naturale, non una convenienza economica, un prodotto da costruire. Siamo insieme perché ci fa piacere accostare le nostre forme artistiche».

Campaner, anche tra poesia e musica c’è una vicinanza naturale?

«Il mio primo album per Emi, dieci anni fa, in cui eseguivo Schumann e Rachmaninov, si intitolava proprio “Piano Poems”, come se la poesia fosse già parte della musica che volevo suonare. Schumann mette versi poetici nelle sue opere; Rachmaninov ha sempre detto che la poesia è la madre della musica, e la tristezza è la sorella. Con Franco suonerò anche uno dei sei Momenti musicali di Rachmaninov, il numero 5, che è bellissimo ed è proprio poesia pura. Credo che con la vicinanza al testo poetico la musica trovi il suo connubio perfetto».

Arminio, proporrete «Dialoghi sulla gioia», un sentimento oggi un po’ latitante...

«Assolutamente, infatti il titolo è un po’ provocatorio nel senso che oggi si parla tanto di guerre, depressione, dolore... Ma non possiamo permetterci di continuare a trascurare la gioia. È vero che il mestiere di vivere è difficile, però c’è sempre nelle nostre giornate qualcosa per cui poter gioire: bisogna saperlo cogliere. Anche l’arte, forse, per troppo tempo ha indugiato a raccontare sentimenti negativi; ma si può narrare la gioia, la leggerezza, la letizia, di cui veramente in questo momento c’è un bisogno disperato. In generale penso che, anche quando scriviamo una poesia sul dolore, per scrivere veramente bene ci vuole un fondo di contentezza».

C’è un legame tra la gioia e il sacro, in particolare il «sacro minore» di tante sue poesie?

«La gioia ha qualcosa di sacro, perché è un sentimento che svanisce, non si può imbottigliare. È un’epifania provvisoria, come il sacro minore: tu guardi un animale, un fiume che scorre e per un attimo senti la sacralità, la solennità, in quella presenza magari umile ma che in quel momento ti appare così grande. Così è per la gioia: non è un sentimento in cui ti puoi accampare, ma qualcosa che ti attraversa».

Campaner, lei ha interrotto per un certo tempo l’attività concertistica. È tornata alla gioia di suonare con uno spirito diverso?

«Sì, alla fine non riuscivo a stare senza suonare e sono tornata al pianoforte. Ma sempre ed esclusivamente con progetti ben diversi da quelli di prima. Ho trovato veramente la mia strada e nel frattempo ho sviluppato quello per cui avevo preso uno spazio di sospensione: il mio lavoro come mental coach per artisti e performer, e il mio metodo C#/See Sharp evolutosi nella “Palestra delle emozioni”. Un percorso formativo per allenare l’emotività, che va alla ricerca della voce interiore di ogni artista».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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