Cultura

L’archeologa Filli Rossi: «Racconto la vita nei sotterranei di Brixia»

Nicola Rocchi
«Brescia antica e le sue storie invisibili» è dedicato alla storia romana e preromana della città: l’intervista
Un percorso nei sotterranei di Palazzo Martinengo Cesaresco - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Un percorso nei sotterranei di Palazzo Martinengo Cesaresco - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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È un curioso viaggio «sentimentale» nella Brescia preromana e romana, quello proposto da Filli Rossi nel libro «Brescia antica e le sue storie invisibili» (Quorum Edizioni, 92 pp., 12 euro), illustrato da Pier Luigi Dander e Laura Marchesini. A lungo direttrice archeologa presso la Soprintendenza archeologica della Lombardia, Filli Rossi ha lavorato a Brescia negli anni ’90 e fino al 2015, curando importanti studi e mostre sull’area archeologica cittadina.

Per questo libro ha scelto una chiave narrativa, accessibile a un pubblico ampio. In brevi testi tratteggia «aspetti inediti di personaggi noti ma anche di momenti, luoghi e vicende comuni di uomini, donne, soldati, artigiani, bambini». Microstorie ricostruite a partire dagli indizi più disparati: due monete cadute per strada, un corredo funerario insolito, il graffito tracciato su una parete, un piccolo souvenir artigianale…

La presentazione del libro, ospitata dalla Fondazione Provincia di Brescia Eventi, si terrà giovedì 4 dicembre alle 17.30 nel palazzo Martinengo Cesaresco, in via dei Musei 30 a Brescia. Con l’autrice interverranno Nini Ferrari, consigliera delegata della Provincia, Serena Solano della Soprintendenza archeologica e Paola Faroni, direttrice dei lavori di recupero e valorizzazione dell’area archeologica di competenza della Provincia. Abbiamo chiesto all’autrice qualche anticipazione sulla pubblicazione.

Dottoressa Rossi, come è nato questo libro?

Nel ricco panorama di pubblicazioni oggi disponibile, la selezione effettuata dagli studiosi ha imposto scelte obbligate. Alcuni temi e personaggi sono rimasti in secondo piano: mi è sembrato interessante farli emergere, facendoli parlare attraverso gli indizi grandi o piccoli che ci hanno lasciato. Mi piaceva inoltre l’idea di avvicinarmi alla città con un approccio affettuoso, mettendo a disposizione dei non addetti ai lavori le voci, le riflessioni, la fantasia delle persone che su questi temi hanno lavorato per tanto tempo.

L'autrice al centro, circondata da un gruppo di collaboratori
L'autrice al centro, circondata da un gruppo di collaboratori

Si parte spesso da «testimonianze involontarie», come i rifiuti del villaggio preromano che sorgeva nel centro storico…

Sì, si tratta di discariche domestiche dove abbiamo trovato di tutto: le lische di pesce, le ossa di pollo ma anche i vasi attici o le perle in pasta vitrea. Indizi che ci avvicinano alla vita economica e sociale del tempo, facendo intravedere come il panorama di queste popolazioni, che immaginavamo lontane dai grandi flussi commerciali o culturali, fosse in realtà aperto a orizzonti molto più vasti.

Nel volume lei sottolinea anche lo stretto rapporto che intercorre tra le storie narrate e i luoghi.

Palazzo Martinengo, dove presenteremo il libro, è in questo senso un luogo particolarmente evocativo. Tutte le strutture che noi ancora oggi percorriamo nei sotterranei dell’edificio ci parlano, direttamente o indirettamente, dei personaggi citati nel libro. Troviamo la capanna sotto il cui pavimento era sepolto un bambino, i grandi interventi effettuati in età romana e anche quelli di età longobarda, con il riutilizzo spesso affascinante dei resti romani.

Lei vede e descrive l’area del Capitolium come un «nucleo ispiratore di un patrimonio spirituale profondamente radicato e resistente nel tempo»…

È l’elemento che più mi ha colpito, al di là degli importanti ritrovamenti: la persistenza di un’energia che emanava dal luogo fin dalla preistoria. Essa è rimasta inalterata e ha addirittura impostato la vita pubblica della città nel corso dei secoli.

Tra i dettagli insoliti compare un errore nel lavoro preparatorio del fregio del santuario repubblicano.

L’errore nell’affresco o il graffito lasciato da un architetto su una parete dell’edificio di età augustea destinata, nel successivo intervento flavio, ad essere demolita e interrata… Sono tutti elementi di estremo interesse. Come la tomba della donna ritrovata in tresanda San Nicola, contenente solo due oggetti emblematici che ci parlano di questa figura: le sue pantofole e lo specchio messo di proposito accanto al viso. Piccole storie che raccontano un volto diverso, meno conosciuto, della città.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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