«L’opera d’arte è collaborazione: dove c’era la bottega, ora c’è l’AI»

Cosa accade quando la creatività incontra l’algoritmo, e il concetto di «stile» – da sempre considerato prerogativa umana – viene ampliato e reinterpretato grazie all’intelligenza artificiale? Sarà questo il tema di cui tratterà Andrea Pinotti, filosofo e docente di Estetica all’università statale di Milano, ospite martedì 21 ottobre alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025/2026 dell’Accademia di Belle Arti SantaGiulia (partecipazione riservata a docenti e studenti). Lo abbiamo intervistato per aiutarci a comprendere il mondo nuovo che si sta definendo.

Professor Pinotti, come l’AI sta trasformando il modo di intendere e fare arte?
Negli ultimi mesi i modelli di intelligenza artificiale si sono diffusi in tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana, coinvolgendo anche la professione dell’artista. Oggi, quando si parla di intelligenza artificiale, ci si riferisce soprattutto a quella cosiddetta “generativa”, che si distingue da quella discriminativa a cui eravamo abituati quando, per esempio, un algoritmo ci suggeriva un film su Netflix. L’intelligenza artificiale generativa è in grado di produrre contenuti nuovi come testi, immagini, ma anche opere.
C’è chi l’accoglie positivamente e chi con timore…
Tutte le volte che nasce una nuova tecnologia, le opinioni si polarizzano. Ci sono i tecnoentusiasti, che pensano sia la soluzione a tutti i mali, e poi ci sono i tecnofobici, che al contrario la considerano la fine dell’umanità. L’idea che una macchina algoritmica possa sostituirsi a una facoltà che fino a qualche anno fa ritenevamo appannaggio esclusivo dell’uomo è qualcosa che inquieta molto.
Come viene ridefinito il concetto di stile?
Lo stile è quella cosa che gli artisti tengono molto a difendere, per cui riconosco un Picasso da un Paul Klee. Oggi possiamo aprire un modello di intelligenza artificiale e chiedere di produrre una fotografia alla Cartier-Bresson. Ma credo sia opportuno fare una riflessione critica: quando chiedo all’AI, attraverso un comando, di restituirmi un output, in fondo non faccio qualcosa di nuovo. Gli artisti hanno sempre lavorato così. Quando uno scultore si accosta a un materiale, ha in mente una certa figura ma deve fare i conti con la resistenza della materia, con gli strumenti e con una certa imprevedibilità del risultato. Non esagererei, dunque, nel considerare assolutamente inedite le operazioni in intelligenza artificiale, perché manifestano delle componenti di coproduttività tra l’artista, la materia e lo strumento che, in fondo, sono sempre state una caratteristica del lavoro creativo.
E cosa ne sarà della percezione autoriale?
Stiamo vivendo ancora l’onda lunga di una certa idea, prima rinascimentale e poi romantica, dell’artista come grande personalità geniale e individuale. Se però pensiamo a ciò che ci ha insegnato il cinema del Novecento, ci rendiamo conto che dire che un film è di Kubrick o di Fellini è una grande semplificazione. Il film è il prodotto di un lavoro cooperativo. Lo stesso vale per le arti visive: bisogna smitizzare l’idea del grande artista. Erano grandissimi, certo, ma operavano in un contesto collaborativo di bottega e atelier. Oggi dovremmo abituarci a pensare che la creatività diventa una forma di co-autorialità tra l’essere umano e la macchina, così come, in passato, lo è stata tra esseri umani che lavoravano nella stessa bottega.

In quale direzione si muoverà la ricerca filosofica?
Molto spesso concepiamo la tecnologia come qualcosa che si aggiunge dall’esterno alla nostra essenza umana. Dovremmo invece cominciare a rappresentarci come esseri organici e naturali che hanno una tendenza innata a prolungarsi nella tecnologia. L’essere umano è un essere naturalmente tecnico, o tecnicamente naturale. La filosofia, che è riflessione critica sull’umano, può aiutarci a comprendere il nostro rapporto con la tecnica in questa direzione.
Qual il suo augurio per la nuova generazione di creativi?
È quello di non avere timore delle nuove tecnologie e di non chiudersi, arroccandosi su posizioni veteroumaniste, ma al tempo stesso di usarle con consapevolezza, senza subirle passivamente, utilizzandole sempre con uno sguardo aperto e critico.
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