«Quella del Decamerone di Giovanni Boccaccio (Certaldo 1313, giorno e mese incerti-21 dicembre 1375) è una ricchezza inesauribile, un’opera da leggere e rileggere, ancora a quasi 700 anni da quando è stata scritta».
Lo scrittore e traduttore Alberto Cristofori ha compiuto un’impresa che si può dire intrepida: 650 anni dopo la morte del grande toscano, considerato con Dante e Petrarca uno dei padri della letteratura italiana, ha fatto la traduzione integrale in italiano contemporaneo del Decamerone (La Nave di Teseo, pp. 768, 24 euro) che non era facile leggere nella lingua originale trecentesca. Il risultato è una straordinaria opera letteraria da cui emerge la vitale resistenza di 10 giovani (7 donne e 3 uomini) rifugiati in una dimora della campagna fiorentina: per sfuggire a un’epidemia di peste e impegnare le giornate si sfidano con la creatività e ognuno di loro inventa e racconta una novella al giorno per 10 giorni (Deka emeròn in greco). Alla fine, nelle 100 storie si rispecchia l’umanità tutta che da sempre combatte con le sue infinite problematiche, interessi, egoismi, cattiverie, crimini, scandali, desideri carnali, attentati all’onore ed ogni altra debolezza o furfanteria. Uno spavaldo baluardo alla vita insidiata dalla morte.
Come nasce l’idea di questa operazione di aggiornamento linguistico di uno dei più grandi libri della letteratura italiana? Una sfida?
Come sempre, quando si parla di progetti che impegnano per molti mesi, le motivazioni sono più di una. Nel mio caso ha contato il piacere di riprendere in mano integralmente, e analiticamente, un grande libro che da molti anni leggevo solo a piccole dosi. L’ambizione, anche, di misurarmi con un testo così impegnativo – non da storico della letteratura, che non è il mio mestiere, ma da traduttore, quindi «come se fosse scritto in un’altra lingua» (e in parte il Decamerone lo è, perché le differenze tra il volgare del Trecento e l’italiano di oggi sono enormi). Però la motivazione principale credo sia stata rendere un servizio utile ai lettori.
Perché?
Il Decamerone è paradossalmente più letto all’estero, in traduzione, che in Italia, perché il malinteso rispetto per il testo di Boccaccio finisce per allontanare chi non ha una formazione letteraria ed è quindi spaventato dalla difficoltà linguistica dell’originale. Boccaccio ha un’ampia varietà di registri e intonazioni, anche se prevale una sostanziale medietà, e riprodurre nella lingua di oggi queste variazioni è forse la sfida più grande, perché ad ogni pagina si rischia l’appiattimento, la «normalizzazione» di un libro che invece è pieno di vivacità e anche di irregolarità.
Si è parlato sempre del Decamerone come di un testo licenzioso: lo è realmente?
Le accuse di oscenità hanno cominciato a fioccare ancor prima che il libro fosse finito e infatti Boccaccio ne parla all’interno dell’opera stessa, e si difende nell’introduzione alla IV giornata e nella conclusione finale. A me pare che le scene di sesso siano trattate da Boccaccio in maniera libera, sì, ma mai volgare. Per esempio, Boccaccio ricorre sempre a metafore per indicare certi atti, e si tratta di metafore deliziose e argute, tipo «macinare», «mettere il diavolo nell’inferno», «coltivare l’orto» e così via. Se pensiamo al linguaggio sboccato, spesso molto volgare, dei fabliaux (i racconti popolari, comici ed erotici, che dalla Francia si erano diffusi anche in Italia) ci accorgiamo della delicatezza di Boccaccio. Quello che a me sembra provocatorio, ancor oggi, è il modo in cui vengono delineati i rapporti tra i sessi.
Cosa scrive di sconveniente?
Boccaccio mostra un mondo in cui a volte trovano spazio i sentimenti più nobili e puri, ma più spesso emerge un atteggiamento brutalmente materialistico ed economicistico nei confronti di tutti gli aspetti della vita, e quindi anche della sessualità. In molti casi l’amore viene fatto coincidere con il desiderio erotico e per soddisfarlo non si esita a ricorrere al denaro, all’inganno, alla violenza. E questo avviene in tutte le classi sociali. È lo stretto legame tra sesso e soldi ad apparirmi «scandaloso» in tante novelle del Decamerone, o quello tra amore e violenza, non il fatto che vi si trovino scene erotiche. Quello che dovrebbe turbarci è l’immagine dell’umanità che emerge dal libro, non le apparenti infrazioni al moralismo.
Boccaccio mette sotto inchiesta debolezze, vizi, cattiverie e nefandezze di ogni genere come un inquisitore severo.
Non direi che Boccaccio è un inquisitore, piuttosto un indagatore della realtà. Il Decamerone è un’opera-mondo in cui tutto trova spazio e l’autore assume un atteggiamento di sovrano distacco, sia di fronte ai vizi più diabolici, sia di fronte alle virtù più angeliche. Boccaccio naturalmente non è un romanziere dell’800, quindi il suo realismo è legato a una visione del mondo trecentesca, permeata di religiosità, ma soprattutto di cultura classica: Boccaccio propone alle lettrici un ideale di equilibrio e di moderazione che gli viene dallo stoicismo antico, e quindi non si compiace del male (che certo non nasconde) e non cede a facili idealizzazioni, neanche nell’ultima giornata, spesso fraintesa.
Alla fine della lettura, qual è l’impressione generale?
Di leggerezza ma non superficiale, di amarezza ma corretta dalla serenità: la vera protagonista del libro è la Fortuna, il caso, e Boccaccio osserva il dibattersi, eroico, patetico, ridicolo, degli innumerevoli personaggi, e lo fa con sorriso venato di mestizia.
Il termine «boccaccesco» ha ancora una precisa valenza ai nostri giorni?
È una parola entrata in tutti i vocabolari, come dantesco, machiavellico, pirandelliano, kafkiano. Termini che testimoniano la forza straordinaria di questi autori, la loro capacità di rendere vivo nella nostra mente il mondo che hanno costruito nelle loro opere. Ovviamente sono anche termini che riducono la complessità dell’autore a una sola dimensione, per cui li userei con parsimonia, ma perché privarcene?
Ogni novella ha sempre una morale: vuol dire che per Boccaccio nonostante ne scriva talvolta con ironia, il decoro e la giustizia sono sempre beni da preservare e tramandare?
La morale esplicita è affidata alle reazioni dei 10 novellatori, che non vanno confusi con Boccaccio, perché sono i suoi portavoce solo in parte, e a volte hanno reazioni quasi inesistenti, o ambigue. La più vera morale è affidata a chi legge, o agli interventi dell’autore, che però riguardano l’opera nel suo complesso, e non le singole novelle.
Ciò premesso?
Non c’è dubbio che il Decamerone si proponga anche di insegnare alcuni valori, come viene detto apertamente fin dal Proemio; però Boccaccio lo fa in maniera indiretta, le sue novelle non hanno mai carattere edificante, come invece gli exempla e le agiografie dei secoli precedenti. Detto altrimenti: il racconto non è l’esemplificazione di un messaggio, dice molto di più della morale che sembra di poterne ricavare a una prima lettura, perché Boccaccio è autore molto più ricco, complesso, sfaccettato. Pensiamo a una novella famosa come Chichibìo e la gru: apparentemente è un aneddoto divertente, giocato sulla battuta surreale del cuoco, che fa ridere il suo padrone e scampa alla meritata punizione, ma altre cose emergono dal racconto.
Quali?
La fame dei servi (la procace Brunetta si fa dare la coscia arrosto della gru in cambio dei suoi favori), la durezza dei rapporti di classe (la paura di Chichibìo è il terrore di una punizione corporale); e poi naturalmente gli spunti di vita quotidiana (i banchetti, la caccia), i flussi migratori (i cuochi che arrivavano da Venezia).



