Adolfo Galli: «Crosby, il lascito enorme di un fuoriclasse»

Un’altra leggenda della musica che se ne va. A 81 anni, è morto il chitarrista e cantautore David Crosby, presente due volte nella Rock and Roll Hall of Fame: la prima per la militanza nei Byrds, la seconda nel trio delle meraviglie vocali formato con Stills e Nash (pronto a trasformarsi in supergruppo con l’aggiunta di Neil Young).
Nativo di Los Angeles, figlio di un noto direttore della fotografia hollywoodiano, «Croz» è stato un artista ribelle e pacifista, capace di lasciare un’impronta profonda a partire dagli anni 60: per alcuni il nume tutelare del folk-rock, per altri anche il padre musicale della generazione «hippie» americana. Il suo primo album solista, lo strepitoso «If I Could Only Remember My Name» (1971), inizialmente stroncato, è divenuto col tempo oggetto di culto: tra l’altro, e curiosamente, figura al secondo posto (dopo «Revolver» dei Beatles) nella classifica dei migliori dischi in assoluto stilata nel 2010 da L’Osservatore Romano, mentre in un’intervista concessa al Giornale di Brescia un competente cultore qual è Carlo Verdone lo metteva addirittura in vetta.
A Brescia Crosby approdò due volte, in entrambi i casi portato dalla DeG di D’Alessandro e Galli: prima al Teatro Tenda, nel 1998, con la formula CPR (affiancato dunque da Jeff Pevar e dal «figlio ritrovato» James Raymond); quindi in piazza Loggia, nel 2013, nel classico formato Crosby, Stills & Nash. A lungo protagonista di una vita all’insegna di «sex, drugs and rock’n’roll», il musicista californiano era «rinato» nel 1994, quando un trapianto di fegato gli aveva permesso di ripartire con rinnovato slancio. Tra coloro che piangono Crosby c’è appunto Adolfo Galli, suo promoter italiano (e in alcuni casi europeo) per trent’anni: «Il mondo della musica - ci confida il rezzatese - ha perso un fuoriclasse, di cui per fortuna resta un lascito enorme, ma io ho perso un amico».
Eppure, racconta Adolfo, il loro rapporto era cominciato in maniera burrascosa: «Nel 1992 ero riuscito a riportare i CSN in Italia dopo anni di assenza. Per me, cresciuto con la loro musica (tanto che li considero i miei Beatles, e Crosby il mio Lennon), era un sogno. Con lo spettacolo prigrammato al PalaTrussardi, credendo di fare cosa gradita, prenotai il pranzo in un ristorante milanese tex-mex: quando vide il locale, Croz mi mandò a quel paese e se ne andò. Fu la moglie a spiegarmi che, avendo egli passato un periodo da carcerato in Texas, odiava ogni riferimento a quello Stato».
Venuto inaspettatamente a contatto con il lato irascibile di Crisby, Galli appurò con eguale sorpresa quello gradevole: «Vista la passione che nutrivo per il gruppo, non stetti dietro le quinte come faccio in genere, ma riservai la prima fila del PalaTrussardi per me e gli amici, cantando ogni canzone sotto lo sguardo sornione di Crosby. Alla fine mi fece chiamare in camerino: pensavo ad altri rimbrotti, invece mi disse che non aveva mai visto in tutta la sua carriera un promoter cantare a un suo concerto. La nostra amicizia nacque così, per poi alimentarsi con visite annuali: a ogni puntata negli States passavo a trovarlo, qualche volta uscivo in barca con lui». L’ultimo contatto a Natale: «Era sereno. Pensava che non avrebbe più suonato, per problemi ai tendini delle mani, ma stava comunque preparando uno spettacolo di beneficenza in un teatro di Santa Barbara, a metà febbraio, dove avrebbe soltanto cantato, accompagnato alla chitarra da altri».
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