Cultura

«Adolescenti misteriosi e violenti: sono troppo liberi e soli»

Francesco Mannoni
Nel suo ultimo saggio, Gustavo Pietropolli Charmet affronta un tema sempre più alla ribalta delle cronache: la violenza degli adolescenti allo sbando
Gustavo Pietropolli Charmet
Gustavo Pietropolli Charmet
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Che cos’è l’adolescenza, e cosa è il disagio adolescenziale che in questi ultimi anni spesso sfocia nel disordine, nel suicidio o nel delitto? Un momento di formazione, la definitiva trasformazione dell’individuo soprattutto psicologicamente? O gli «Adolescenti misteriosi» (Mimesis, 174 pp. 18 euro) come li definisce nel suo ultimo brillante saggio il prof. Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta e psichiatra (già docente di Psicologia Dinamica presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e autore di numerosi saggi sull’argomento), sono tali perché il futuro oggi ha aspettative incerte? Lo abbiamo intervistato.

Professore, perché gli adolescenti sarebbero misteriosi?

Essere misteriosi, o apparire tali allo psicologo, non è un sintomo psicotico o psicopatologico: la crescita è una fase della vita di particolare intensità emotiva, importante per le trasformazioni che avvengono e per come vengono gestite dall’ambiente le risposte che il soggetto ha rispetto alla scuola, alla famiglia e al gruppo di amici. È la fase di transizione di un personaggio in cammino verso la libertà e l’identità, e deve passare attraverso una strettoia.

L’adolescenza è sempre stata problematica?

Si, è sempre stata problematica. Forse oggi è anche più complicata perché non c’è più un principio di autorità che decide e sceglie al posto tuo che scuola fare, cosa è bene e cosa è male. Questa sensazione di libertà è ambita e gradita dai ragazzi, che non sanno fare confronti rispetto alle condizioni di sudditanza e di passività cui si era costretti da giovani in passato, a causa del predominio di autorità forti e intransigenti che prescrivevano la linea: quello era e quello bisognava fare.

I problemi adolescenziali sono un prodotto della società moderna, considerato che in passato non avevano una simile attenzione?

Sicuramente è così. Basta pensare alla evidente, spettacolare e ampiamente goduta libertà dei costumi e delle condotte sessuali, che in passato costituivano il terreno di sfida, di collaudo, della possibilità di movimento e della legittimità dei propri desideri. Oggi si è molto liberi nello scegliere con chi esercitare il diritto alla soddisfazione dei propri desideri, e ciò può portare a volte a stati di confusione. Sono dubbi che spesso determinano una situazione che riguarda anche la gestione dell’identità di genere: che tipo di maschio o di femmina voglio diventare?

Quali sono le culture sociali prevalenti che complicano la vita degli adolescenti?

Sono gli sviluppi delle culture del narcisismo, della visibilità e quindi del successo e dell’affermazione personale. Questa realizzazione del sé è una faccenda importante perché è difficile per un ragazzo capire dov’è il limite che per generazioni, anche nella gestione della violenza, della gelosia, della rabbia, è stato facile superare non essendo difeso né protetto.

Tutto fuori controllo?

In un certo senso sì. Siamo di fronte a una situazione che forse indurrà a ripensare come possiamo fare a garantire libertà, impegno e integrazione; però trasmettendo con forza e decisione la sensazione che esistono limiti che sono la libertà dell’altro, e che questi limiti sono invalicabili. In questo momento non è così. In questo momento i confini sono molto fluidi e lasciano aperta la porta a comportamenti antisociali.

Risse, pestaggi, coltellate, pistolettate: che cosa rende gli adolescenti di oggi così violenti e capaci di uccidere con facilità?

Quella della violenza è una questione aperta. La generazione precedente non ha fatto assolutamente niente per aiutare quella attuale a gestire e spiegare il significato di fine vita. Ed è una carenza educativa importante a fronte di una società che nega l’esistenza della morte e della miseria. Le cronache degli omicidi adolescenziali sono in qualche modo riconducibili non tanto al fatto che i giovani siano istigati da qualcosa che li costringe ad essere violenti, ma perché sono lasciati soli, nei momenti critici, dagli adulti che hanno paura di affrontare con loro un discorso sulla morte.

Perché gli adolescenti ricorrono al suicidio?

Nel libro ho cercato di trasmettere la situazione di sgomento di un mio assistito, un ragazzino deluso sentimentalmente che nutriva progetti di suicidio. E questo perché anche in questo caso non c’è nessun adulto, educatore, genitore o insegnante che faccia spazio a un dibattito sul suicidio.

Il sentimento di solitudine non è una faccenda individuale, ma collettiva. E l’aumento del numero dei suicidi fra i ragazzi è una faccenda da prendere molto sul serio, non perché aumenta la depressione come malattia, ma perché aumenta la solitudine, e l’eccessiva libertà è una specie di istigazione sociale a considerare prospettive suicide non appena intenti e speranze vacillano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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