«A scuola di razza»: il fascismo e quel professore espulso dall’Arnaldo

Negli anni bui del fascismo l’esaltazione della violenza inquina ogni aspetto della vita civile, anche la scuola: al Liceo Classico Arnaldo, nella relazione finale dell’anno scolastico 1924-25 il preside Salsotto istituisce un «termometro del Partito» per misurare giornalmente il livello di patriottismo in base alle donazioni degli studenti al Prestito del Littorio e dichiara di aver curato personalmente la propaganda nelle classi.
Alcuni anni più tardi, dopo l’infame alleanza con il nazismo, diventa obbligatorio leggere in classe articoli di giornali tedeschi sulla «grandezza dell’Età Mussoliniana» e i discorsi del Duce diventano argomento di prove di traduzione in latino. Non va meglio con lo sport e il tempo libero, da permeare di «spirito fascista»; annualmente c’era il viaggio di studio a Roma, ma nel 1938 il preside lo descrive come «un’esperienza che non avrebbero mai scordato», perché si assiste alla visita del «Führer Germanico».
Poco dopo arrivano le leggi razziali e, come in tutta Italia, docenti e studenti, bollati come «di razza ebraica», vengono espulsi, isolati, perseguitati: all’Arnaldo ne furono vittime lo studente Paolo Dalla Volta (fratello di Alberto, studente del Liceo Calini, amico di Primo Levi e morto con il padre ad Auschwitz, mentre Paolo e la madre furono salvati grazie ad alcuni giusti, tra i quali il farmacista Giuseppe Malfassi detto Peppino), nonché il professor Dario Riso Levi, insigne letterato e filologo e, con una bocciatura arbitraria, suo figlio, Luigi Levi Sandri; entrambi sopravvissuti, dopo lunghe peripezie, all’occupazione germanica e alla guerra.
Di questi fatti e di molti altri analoghi offre un’ampia documentazione la mostra «A scuola di razza. Memorie di un’educazione negata» (con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Associazione Casa della Memoria di Brescia). La mostra si inaugurerà domani, 30 gennaio, alle 10,30 all’Archivio di Stato (Brescia, via Galileo Galilei 42, info: 030.305204, as-bs.online@cultura.gov.it; sul sito, aperta fino al 17 febbraio, da lunedì a venerdì orario 9-13, su prenotazione): interverranno la direttrice Debora Piroli, le curatrici Monica Bologna e Liliana Ferrero, e gli studenti della 5ª B dell’Arnaldo, Anita Berardi e Mattia Ferrari, con la loro cooordinatrice, la professoressa Cristina Modenese, che hanno collaborato nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro.
Com'è nata la mostra

«Abbiamo sfogliato più di cento registri, dall’inizio dell’Ottocento, prima di arrivare a quelli relativi al periodo fascista e nessuno era tanto accurato. La nostra curiosità è stata subito catturata» dice Anita. «Ciò che ci ha colpito profondamente, oltre alla presenza di libri "sulla difesa della razza", è stato il modo in cui i presidi dell’istituto curavano la propaganda nelle classi», aggiunge Mattia. E Anita: «E poi il programma scolastico a cui gli studenti erano sottoposti, curato nei minimi dettagli per poter indottrinare il più possibile. Leggerlo per la prima volta mi ha fatto rabbrividire». Ed oggi, come ricorda la professoressa Modenese, «per gli studenti del Liceo Classico un’esperienza di Alternanza Scuola Lavoro in un Archivio Storico ha sia un valore orientativo, sia un importante valore formativo. Negli archivi è conservata e valorizzata la memoria: i documenti, nati per finalità giuridiche o amministrative, sono fin dall’origine anche testimonianze storiche. Tuttavia, perché i documenti diventino fonti storiche (fare la Storia), è necessario che vengano consultati con quella curiosità e quello spirito critico che noi docenti cerchiamo sempre di stimolare».
«Perciò - prosegue l’insegnante - al Liceo Arnaldo fin dal 2000 è presente il progetto I Giovani e la Memoria, che riunisce studenti e docenti nello scopo di conservare e sviluppare la memoria storica, imprescindibile per una formazione culturale, civile, umana. La sfida della scuola e delle istituzioni culturali come Archivi, Biblioteche, Musei, contro ogni possibile forma di discriminazione e di razzismo, è valorizzare il potenziale educativo della memoria come patrimonio culturale e come esperienza educativa per costruire narrazioni-ponte con il futuro».
Chi era Dario Riso Levi

All’origine di questa mostra, come ci attesta la curatrice Liliana Ferrero, c’è Dario Riso Levi (Corfù, 27.6.1875 - Brescia, 28.7.1951): laurea alla Normale di Pisa, pubblicazioni di filologia classica e di traduzioni dal russo, era socio dell’Ateneo e, dal 1924, docente di latino e greco al Liceo ginnasio Arnaldo; a lui è affidata la commemorazione di Ettore Romagnoli, insigne grecista e Accademico d’Italia, e poco dopo, con le leggi razziali viene espulso, mentre il figlio minore Luigi, studente del medesimo liceo, è costretto a ripetere l’anno.
Nel novembre del ’43 il professore si rifugia dalla cognata a Verolanuova, poiché il suo appartamento in via Boifava era stato requisito dai repubblichini; per di più il 27 marzo ’44 gli viene revocata la pensione, che riesce a riottenere in aprile, presentandosi coraggiosamente alle autorità fasciste e facendo presente che la revoca colpiva direttamente anche la moglie, Carlotta Sandri, «di razza ariana».
In questi anni si colloca la latitanza del professore a Bienno, in Valcamonica, presso la madre della nuora, Beatrice, moglie di Lionello Levi Sandri che, con il nome di Capitano Sandro, era entrato nella Resistenza, coadiuvato dal fratello Luigi Libero; entrambi, in quanto figli di una famiglia mista, avevano prestato servizio nel Regio Esercito (Lionello ufficiale d’artiglieria, sul fronte libico, e Luigi come alpino) e sono tra le figure di maggior spicco della Resistenza camuna, che culminò nella vittoriosa battaglia del Mortirolo, dove Lionello meritò la medaglia d’argento.

La loro azione come partigiani delle Fiamme Verdi, coraggiosa e pacata, in una guerra civile di devastante violenza, e la loro successiva operosità per il bene comune in tempo di pace (Lionello fu, tra l’altro, presidente del Consiglio di Stato e vicepresidente della Commissione della Comunità Europea; Luigi, rimasto a Brescia, come stimato avvocato, fu Segretario dell’Ateneo) sono una risposta nobile e alta alla viltà belluina di chi voleva cancellare l’ebraismo italiano.
Su questa pagina nera della nostra storia, si appunta la riflessione conclusiva di Liliana Ferrero: «Poco spazio è stato dato negli anni ai ragazzi ebrei o figli di ebrei che, bambini o adolescenti, comunque studenti, iniziarono a rapportarsi con la società uscendo dal primo nucleo della famiglia. Ciò che incontrarono, e che emerge chiaramente dai documenti, dalle riviste e dai giornali, fu un clima ostile, discriminatorio, nemico, con il quale questi adolescenti si confrontarono avendo ancora meno strumenti rispetto ai loro genitori. Classi in cui discriminati e discriminatori condividevano gli stessi banchi: infatti il figlio del capo della Provincia, Dugnani, responsabile di tutte le confische dei beni degli ebrei che firmava su carta prodotta dalla ditta Apollonio di cui era socio Lenghi Guido (ebreo espropriato), frequentava il Liceo Arnaldo negli anni in cui il padre si impegnava a cacciare il "nemico ebraico"».
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