«A Lonato per tradurre Bobbio. Faulkner in italiano? Impossibile»

«Casa»: facile tradurlo con «house», ma in italiano “casa” è tanto una villa quanto un appartamento. «Autogrill»: un lettore italiano se lo vede subito davanti agli occhi, ma una lettrice americana coglierebbe appieno l’immagine? Esempi banali ma essenziali per capire il lavoro di un traduttore dall’italiano all’inglese.
Problemi non solo linguistici, ma anche pop-culturali. Lo sa bene, anzi benissimo, Antony Shugaar: traduttore professionista nato in seno alla rivista «FMR», in questi giorni si trova alla Fondazione Ugo Da Como di Lonato per partecipare alla residenza estiva "Essays" per traduttori di saggistica italiana, promosso dalla fondazione insieme con il Centro per il libro e la lettura. Durante la residenza, sta traducendo la «Teoria delle forme di governo» di Norberto Bobbio. L’abbiamo intervistato.
Un suo famoso articolo pubblicato sul New York Times si intitola «Translation as a performing art»: in che senso la ritiene un’arte performativa?
La traduzione è come la recitazione, e la differenza tra la narrativa e la realtà è che la narrativa ha un senso logico, mentre la realtà no. L’attrice Claire Danes, intervistata, rispose che non sapeva come le sue espressioni in «Homeland» crescessero di intensità. Lo faceva e basta. Tradurre è la stessa cosa: si può parlare di strategie e tattiche, ma spesso non si ha idea di cosa si stia facendo.
In quel caso si parlava anche dell’approccio alla trasposizione dei dialetti italiani in inglese. Qual è il suo?
William Weaver, mio mentore, diceva che tradurre Faulkner in italiano è impossibile. Prendiamo i termini di ingiuria contro i poveri: diventano pescatori siciliani? Non c’è corrispondenza. Il dialetto porge un problema metafisico: come si riesce a sfalsare e stabilire una distanza di prospettiva tra il dialetto e la lingua? Come segnalare la differenza tra italiano e dialetto? Ci sono strategie. Quella più usata è rendere il dialetto un accento di Brooklyn. O un inglese maccheronico. O sgrammaticato.
Ma cosa fai quando la persona che parla in dialetto è Benedetto Croce o l’imperatore Federico? Il dialetto non è un accento e non è necessariamente la lingua ignorante. Per il commissario Ricciardi mi sono spesso avvalso del linguaggio di Raymond Chandler: siamo negli stessi anni, con un soggetto simile. Ho usato delle caratterizzazioni da "duro". Ma non è una traduzione vera e propria, c’è invenzione. È un po’ come una produzione teatrale pensata per il Piccolo: il teatro è così, l’acustica cosà... Portarlo a Bologna significa ripensare a tutta la produzione.
C’è una ragione per cui traduce prevalentemente scrittori uomini?
Non è una scelta, ma forse gli editori preferiscono traduttrici per tradurre donne.
Si tratta dello stesso discorso della poetessa Amanda Gorman? Alcuni hanno criticato le traduzioni da parte di persone bianche...
La questione è delicata. L’imbecillità del razzismo nuoce alla salute civile. Detto questo, credo ci sia bisogno di dare più lavoro a certe voci. Sono d’accordo che, quando c’è la possibilità, è giusto che questa sia data a qualcuno che incarna bene la questione. Diventa anche un momento per riflettere e per pareggiare le opportunità. Prendiamo il fatto che non ci siano registi neri. Non ci si scappa, non ce ne sono. Ma non perché non siano bravi. Per diventare registi, qualcuno deve scommettere su di te.
Avrebbe quindi dato il lavoro a una traduttrice nera?
A parità di bravura, certo che sì. Ma per essere brava, devi prima avere tradotto molto. Che fare se non ti fanno lavorare? Non sta al regista o redattore di turno chiederselo. Bisognava pensarci prima, facendo lavorare tutti - proprio tutti - nei decenni precedenti. Troppo facile dire: «Non ci sono traduttori esperti», quando non hai mai dato loro lavoro.
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