Cultura

Roberto Rossini: «Fraternità e cooperazione per un laburismo cattolico contemporaneo»

Dal sociologo bresciano e Flavio Felice idee per le riforme, recuperando il valore del lavoro, nel volume in uscita il 16 agosto
Il sociologo bresciano Roberto Rossini, anche esponente delle Acli - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Il sociologo bresciano Roberto Rossini, anche esponente delle Acli - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
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Per sollecitare le culture politiche attuali a «recuperare e rinnovare» il dibattito sul lavoro, e in particolare per interrogarsi su «che cosa possono fare i cattolici oggi per rafforzare la spinta inclusiva» della nostra democrazia, Flavio Felice e Roberto Rossini hanno scritto un libro: «Laburismo cattolico. Idee per le riforme» (256 pagine, 18 euro, prefazione di Giuseppe Acocella), in uscita martedì 16 agosto per le edizioni Scholé di Morcelliana.

La Repubblica italiana, annotano gli autori, è fondata sul lavoro. Proprio in questo fondamento «hanno trovato il punto di caduta più simbolico le culture politiche social-comuniste, liberali e cattoliche». Per i cittadini quel riferimento al lavoro è ancora fondamentale, in quanto veicola «valori positivi quali la laboriosità, la creatività, la solidarietà, l’utilità, la collaborazione, la fatica». Ma le grandi visioni politiche novecentesche hanno perso forza e anche la natura del lavoro si è modificata, sotto la spinta di «transizione digitale e globalizzazione».

È allora necessario, su questi temi, un ripensamento.

Flavio Felice è docente di Storia delle dottrine politiche all’Università del Molise. Roberto Rossini - con il quale parliamo del volume in questa intervista - insegna Sociologia al Canossa Campus di Brescia, è portavoce nazionale dell’Alleanza contro la povertà in Italia e fa parte del Consiglio nazionale delle Acli.

Rossini: partite dall’analisi che don Luigi Sturzo fece del laburismo inglese negli anni Venti del ’900...

Abbiamo cercato di capire quando i cattolici hanno incrociato i temi del laburismo. Il primo, a nostro parere, è stato don Sturzo, che visse a lungo in Inghilterra e apprezzò lo spirito laburista, pur sottolineandone i limiti. Analizziamo poi altre esperienze, fino ad alcuni grandi movimenti che hanno posto il tema del lavoro al centro della loro missione: pensiamo ad Acli, Coldiretti, Confcooperative, Cisl ed anche ai preti operai e alle suore operaie. Noi, tuttavia, volevamo soprattutto capire come si attualizzano queste esperienze.

Volete «disegnare le linee di un possibile laburismo cattolico contemporaneo»...

Oggi sembra che il lavoro non sia più centrale, mentre negli anni ’60 e ’70 la fabbrica era il cuore dell’impegno politico. Bisogna invece recuperare il tema del valore del lavoro come elemento unitivo, su cui spendersi in politiche concrete. Il lavoro è spesso più immateriale, pensiamo ad esempio allo smart working, ma rimane un grande elemento di identità collettiva; e dove c’è questa identità c’è anche la politica.

Una politica che deve partire «dal basso, dalle comunità, dai distretti, dalle città»?

Sì, e anche dal lavoro, per riscoprire un senso e un impegno. Pensiamo ai redditi: abbiamo appurato che la crisi ucraina costerà circa duemila euro in più a famiglia. Come diamo una risposta a questo impoverimento generale? Anche i temi delle pensioni, o del lavoro dei giovani, sono importanti. Se riuscissimo a considerare il lavoro il baricentro intorno a cui ragionare, la politica riscoprirebbe un senso profondo, partendo dai problemi che vivono le persone.

Lei invoca «fraternità e cooperazione». Ha senso la parola fraternità nel dibattito politico di oggi?

Per noi cattolici sì. Fraternità non vuol dire un mieloso «vogliamoci bene», ma è la consapevolezza che dai problemi non ci si salva da soli. Dopo un’epoca di individualismo, le questioni dell’ambiente, dell’economia, del lavoro, della guerra ci stanno dicendo proprio questo: che servono forme di cooperazione.

Parla di «ruolo profetico» del Terzo settore...

Il Terzo settore è privato, ma ha uno scopo sociale. Noi abbiamo diviso troppo nettamente fra pubblico e privato, come se il pubblico fosse il luogo nel quale si pensa a tutti, mentre nel privato ognuno pensa a se stesso. Il Terzo settore mostra invece che i privati possono avere anche un’anima capace di pensare collettivamente. Afferma che il profitto è importante, ma c’è anche la dimensione della solidarietà. Per me è un germoglio di positività.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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