Ceruti: «Viaggio di due anni per i 60 bimbi della serie "Anna"»

«Un mondo di orfani» è il sottotitolo. Un set giocoso abitato da sessanta bambini, la realtà. Curioso immaginarsi il backstage della serie tv «Anna» (tratta dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti, anche regista) da venerdì prossimo, 23 aprile, su Sky Atlantic e Now.
Perché se nella finzione i piccoli attori erano chiamati a interpretare un’infanzia abbandonata a sè stessa, al contrario tutt’intorno a loro c’erano sguardi adulti premurosi, primo tra i quali l’occhio vigile di un casting director tra i migliori del cinema italiano: Dario Ceruti, bresciano di Borgo San Giacomo, ormai da anni in perenne viaggio alla ricerca di talenti.
Dalla scelta della «Caterina va in città» di Paolo Virzì (nel 2003, che fu incipit di un sodalizio artistico longevo), al peregrinare per la Penisola accompagnando Walter Veltroni nella selezione dei protagonisti dei suoi documentari e del lungometraggio di fiction «C’è tempo», Dario Ceruti di volti ne ha visti davvero tanti.
Ha affinato, così, la dote non solo d’intuire chi sia perfetto per un certo ruolo, ma anche se sia portato per confrontarsi con la sfida della recitazione. Un’attività che prevede un "fiuto" da detective, in particolare nello scouting per la strada, in incognito.
Dario, come funziona il lavoro di casting con i bambini? Ci muoviamo in squadra e c’è una serie di passaggi standard, tutti selettivi, di solito questi tre: la prima volta che incontri i candidati li lasci parlare e ti fai raccontare le loro storie, per valutare la spontaneità. Successivamente fornisci loro un testo da studiare e recitare, per il "provino su parte", così prendi coscienza dell’attitudine. Infine, da chi viene richiamato anche nel "call back", ovvero l’ultima fase, ti fai sorprendere. Nel caso di "Anna" cercavamo davvero tanti soggetti, quindi abbiamo visitato molte scuole, in Sicilia, luogo scelto per le riprese.
Di che tipo di numeri stiamo parlando? Abbiamo fatto quasi diecimila chilometri, dalle alture delle Madonie fino ai litorali, incontrando quattordicimila bambini, per selezionare i sessanta ruoli. La definirei una vera esperienza antropologica, oltre che un periodo indimenticabile della mia vita, durato nel complesso due anni. Con Ammaniti avevi già lavorato anche per la sua prima serie, «Il miracolo», e con l’occasione avevi raccontato su queste stesse pagine l’entusiasmo di collaborare con uno scrittore che hai sempre letto con passione.
Come è andata questa volta? Molto bene, Niccolò è pieno di idee e siamo partiti da una sua suggestione immaginifica: il dipinto «Giochi di fanciulli» di Pieter Bruegel (del 1560 - ndr.): proprio come accade nell’opera, anche ognuno dei nostri personaggi doveva essere significativo, pur nella moltitudine. Come ingranaggi di un meccanismo o elementi di un’orchestra.
Quale "strategia" di selezione degli interpreti hai ideato per «Anna»? Visti i presupposti creativi appena esposti, ho delineato questo casting come fosse una partitura, essendo oltretutto Niccolò molto appassionato di musica. Cercavo gli "orchestrali" giusti per far "suonare" le sue pagine sullo schermo, restituendo le atmosfere della composizione. Nel romanzo lo spunto per un mondo popolato da soli bambini è un virus, e una vera pandemia ha poi bloccato il set.
Il giovane cast come ha reagito? Serenamente: si divertivano tutti molto e durante il lockdown non vedevano l’ora di ricominciare. È stata un’esperienza unica e questa serie credo che alzerà l’asticella della qualità nazionale.
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